PRIME DECISIONI DELLE CORTI D’APPELLO SUI RICORSI PER RISARCIMENTO DEL DANNO DA ECCESSIVA DURATADEI PROCEDIMENTI

Qui di seguito passiamo in rassegna alcune sentenze rese da diverse Corti d’Appello italiane sui ricorsi presentati ai sensi della cd. Legge Pinto, ovvero la normativa che ha introdotto nel nostro Paese lo strumento del ricorso per il risarcimento dei danni derivanti da un’eccessiva ed immotivata lunghezza dei procedimenti civili, penali ed amministrativi.

Questo primo quadro, tuttavia, non è molto confortante: i Giudici hanno valutato con criteri affatto differenti da quelli che erano alla base delle sentenze della Corte di Strasburgo.

L’allarme, principalmente, proviene dalla tendenza a considerare non già l’effettiva durata dei procedimenti, quanto piuttosto a commisurare l’eventuale risarcimento agli interessi coinvolti nel merito del procedimento che si assume essere durato tropo a lungo. I risultati, quindi, non sono dei più esaltanti.

Solo in seguito si vedrà se questo orientamento verrà a consoldarsi o se invece, come è auspicabile, saranno coinvolti ulteriori fattori di valutazione.

 

 

CORTE D'APPELLO DI ROMA 10 Luglio 2001, decr.

Pres. Fancetti - Est. Coniglio - Corbo c. Ministero della giustizia

CORTE D'APPELLO L’AQUILA 23 luglio 2001, dcr.

Pres. Colletti - Rel Didone - Ricci c. Ministero detta Giustizia

CORTE D'APPELLO L’AQUILA 23 luglio 2001, decr.

Pres. Colletti - Rel Didone Olmi c. Ministero della giustizia

CORTE D'APPELLO DI MILANO 29 giugno 2001, decr.

Pres. ed est. De Ruggiero Sbuel c. Ministero della giustizia e Presidente del Consiglio dei Ministri

 

 

 

CORTE D'APPELLO DI ROMA 10 Luglio 2001, decr.

Pres. Fancetti - Est. Coniglio - Corbo c. Ministero della giustizia

L’equa riparazione dei danni non patrimoniali dovuta per la non ragionevole durata del processo, prevista dalla L n. 89 del 2001. deve essere calcolata in ragione degli interessi in gioco, vale a dire in base all’effettiva incidenza nella vita della persona.

In fatto

Con ricorso depositato il 3 maggio 2001 Corbo Luigi, premesso di aver instaurato presso la pretura di Benevento una causa iscritta a ruolo in data 9 gennaio 1990 per il risarcimento del danno dipendente da incidente stradale per l'ammontare complessivo di 2 milioni 380 mila, e che il giudizio si era concluso dopo circa 11 anni con sentenza del giudice di pace di Benevento depositata il 14 dicembre 2000 che accoglieva in parte la domanda, chiedeva, ai sensi dell'articolo 2 della legge 89/2001 il risarcimento dei danni, materiali e morali, quantificati in 24 milioni di lire, previa declaratoria di violazione dell'art. 6 paragrafo 1 della Convenzione Europea per la salvaguardia di diritti e delle libertà fondamentali, notificata in Italia con legge 848/59, per il mancato rispetto del termine ragionevole del processo.

Si costituiva il ministero della Giustizia chiedendo il rigetto del ricorso.

In diritto

Nell'accertare la sussistenza o meno della violazione della Convenzione sotto il profilo del mancato rispetto del termine ragionevole il giudice, ai sensi del citato art. 2 della legge 89/2001, deve considerare la complessità del caso e, in relazione allo stesso, il comportamento delle parti e del giudice del procedimento, nonché quello di ogni altra autorità chiamata a concorrere alla sua definizione.

Orbene, sotto il primo profilo, la causa di cui si lamenta l'eccessivo ritardo della sua definizione, non presenta al

cuna particolare complessità, riguardando un semplice risarcimento da incidente stradale, con danni solo materiali, e l'escussione di tre testi.

In ordine al comportamento delle parti, dalla analitica descrizione della vicenda processuale e della successione delle udienze esposta in ricorso e documentata dal fascicolo d'ufficio acquisito agli atti, nessun particolare rilievo è imputabile alle parti che sostanzialmente non hanno posto in essere attività defatigatoria, né hanno chiesto ingiustificati rinvii.

il ritardo, dunque, è riconducibile essenzialmente alla cattiva organizzazione del sistema giudiziario da parte dello Stato ed a poco conta, per i fini che qui interessano, indagare in questa sede sulla responsabilità dei giudice e di ogni altra autorità coinvolta nel procedimento essendo comunque anche tali comportamenti ascrivibili allo Stato, salvo le eventuali azioni nei confronti dei responsabili, sotto il profilo contabile e disciplinare, da cui la prescritta comunicazione del decreto di accoglimento della domanda, a cura della cancelleria, ai titolari dell'azione contabile e disciplinare ex art. 5 della legge.

Al riguardo, tuttavia, non può sottacersi la particolare responsabilità che emerge, allo stato degli atti, a carico del Pretore di Benevento che, trattenuta la causa a sentenza all'udienza di discussione del 26 ottobre 1994, la rimetteva sul ruolo, con provvedimento in data 8 agosto 1997, per l'udienza dei 23 gennaio 1998 (dopo circa tre anni), "per procedere al libero interrogatorio delle parti ed al tentativo di conciliazione".

La causa veniva poi assegnata ad altro magistrato essendo stato il precedente pretore trasferito ad altro ufficio.

In conclusione, alla luce delle considerazioni che precedono, deve condividersi la doglianza del ricorrente secondo cui la durata ragionevole del procedimento doveva essere contenuta in un arco temporale di circa tre anni per cui, tutto il periodo eccedente tale termine, -va imputato a responsabilità dello Stato con conseguente affermata violazione dell'art. 6 della Convenzione e diritto del ricorrente ad un'equa riparazione del relativo danno, ove esistente.

Orbene, sotto tale profilo, il ricorrente, invocando genericamente i parametri adottati dalla Corte europea dei diritti dell'uomo di Strasburgo, ha chiesto, nella memoria depositata il 12 giugno 2001, il solo danno morale, nella misura di 24 milioni di lire, di cui 2 milioni di lire ad anno per i primi dieci anni e 4 milioni di lire per l'ulteriore periodo fino alla decisione, sul rilievo che il danno si accresce in misura più che proporzionale con il passare del tempo.

L'esposta tesi non può essere condivisa.

Innanzitutto si osserva che l'equa riparazione va riconosciuta, ai sensi dell'art.2 comma 3 lett. a) I. n. 89/2001, solo per il danno riferibile al periodo eccedente il termine ragionevole di durata del processo e, pertanto, nella specie, va rapportato solo ad otto anni, come sopra evidenziato in accoglimento delle stesse tesi difensive del ricorrente, e non ad undici anni, pari alla durata complessiva del giudizio.

Inoltre l'impostazione difensiva del ricorrente, che invoca l'applicazione di una sorta di tariffario collegato alla sola durata del processo, oltre il termine ragionevole, non può essere condivisa per più sostanziali ragioni in quanto siffatto ragionamento confonde e, quasi, identifica il fatto lesivo (potenzialmente), generatore del danno, con il danno stesso ossia confonde la causa con l'effetto.

In altri termini il danno costituisce un quid pluris ossia un evento diverso ed ulteriore rispetto al fatto che l'ha generato e ciò per considerazioni logiche prima che giuridiche nonché in specifica applicazione dell'art. 2043 c.c., nel cui ambito sembra doversi collocare la responsabilità dello Stato per il ritardo nella definizione del procedimento oltre un tempo ragionevole.

Peraltro lo stesso art. 2 della più volte citata legge 89 al comma 1 richiede come condizione del diritto all'equa riparazione l'esistenza del danno, patrimoniale o non patrimoniale ed inoltre al comma 3 precisa che il danno va liquidato a norma dell'art.2056 c.c. e tale disposizione richiama a sua volta, quali parametri di riferimento, gli artt.1223 c.c. (danno emergente e lucro cessante) 1226 C.C. (valutazione equitativa) e 1227 c.c. (concorso del fatto colposo del creditore) ossia criteri che, sebbene riferiti principalmente ai danni materiali, richiedono una prova precisa del danno benché attenuata dalla possibilità di una liquidazione equitativa, ove non sia possibile provarlo nel suo preciso ammontare.

Per quanto poi concerne più specificamente il danno morale è indubbio che sebbene determinabile, solo in via equitativa, non essendo monetizzabile il pretium doloris deve comunque rapportarsi alla sofferenza, al disagio, all'ansia, alla preoccupazione procurata dal prolungarsi del giudizio oltre il termine di ragionevole durata ed al riguardo va sottolineato che l'incidenza di tali fattori e la conseguente entità dell'equa riparazione, dipendono principalmente non solo e non tanto dalla durata del processo, ma soprattutto dagli interessi in gioco essendo fin troppo evidente che una cosa è la pendenza di un giudizio penale per imputazione di reati gravi ed infamanti, ovvero la pendenza di un giudizio civile che riguarda aspetti delicati della vita affettiva e di relazione, quali affidamento di minori o riconoscimento di paternità o maternità, o, sempre nel campo civile, che riguarda rilevanti interessi patrimoniali che incidono sull'aspetto economico e sociale dell'interessato ed altro è, come nel caso di specie, la definizione di un giudizio di trascurabile valore economico, per soli danni alle cose, quantificati in domanda per poco più di 2 milioni ed accolta nella misura di poco più di 1 milione e 800 mila lire.

Orbene, escluso ogni danno patrimoniale di cui il ricorrente non ha fornito alcuna prova ed a cui sostanzialmente nella memoria del 12 giugno 2001 sembra aver rinunciato, è da chiedersi quali turbamenti e sofferenze psichiche e morali, quali patemi d'animo il Corbo ha potuto soffrire nei lunghi anni di attesa per la definizione del suo giudizio; certamente la sua vita non è stata sconvolta dal lamentato ritardo, né ha trascorso notti insonni ed agitate, tormentato dagli incubi per l'incertezza dell'esito del suo processo. Indubbiamente, il ricorrente ha subito un disagio ed un disturbo nel non vedere soddisfatta in tempi ragionevoli la sua domanda di giustizia, ma, tale tensione psicologica, in considerazione dell'entità del caso, ha inciso in misura trascurabile nella sua vita.

Sia chiaro non si vuote di certo offrire un alibi allo Stato ed una copertura per le insufficienze dell'apparato giudiziario che vanno denunciate con forza in tutte le sedi, solo si vuole inquadrare il problema nei suoi termini reali e specificamente, per quanto attiene la valutazione del danno, collegarlo, sebbene con criterio equitativo, alla effettiva incidenza nella vita della persona.

Diversamente si lascerebbe spazio, non tanto in sede di prima applicazione della legge, come nella specie, ove precisi criteri giurisprudenziali, in assenza di rigorosi parametri normativi, non sono stati ancora elaborati, ma principalmente per l'avvenire, ad ingiustificate inaccettabili azioni speculative con l'inoltro di domande di equa riparazione per somme sproporzionate anche senza l'esistenza di alcun danno o, comunque, con danno di marginale consistenza.

Nemmeno risulta poi fondata l'affermazione della difesa del ricorrente secondo cui la giurisprudenza della Corte di Strasburgo si sarebbe consolidata nel senso di riconoscere mediamente un danno non patrimoniale nella misura da due a quattro milioni per ogni anno successivo a quello entro il quale la procedura si sarebbe dovuta concludere.

Invero dall'esame della citata giurisprudenza, pur dalle scarne motivazioni al riguardo, sembra doversi dedurre che l'entità del risarcimento non è commisurata soltanto alla durata del processo ma anche e soprattutto alla natura delle vicende giudiziarie.

In particolare poi, per i fatti di lieve entità, la Corte ha liquidato o somme molto contenute, come nella sentenza 19 febbraio 1991 - affare Manzoni - (un milione per danno morale per il prolungato stato di ansietà in cui l'istante era vissuto per oltre sei anni ... ) ovvero non ha liquidato alcun importo avendo ritenuto che il solenne riconoscimento dell'avvenuta violazione dell'articolo 6 della Convenzione costituiva sufficiente riparazione del non grave danno morale subito (v. sentenza 19 febbraio 1991 , affare Pugliese - ).

In conclusione, alla luce delle svolte considerazioni, accertata la violazione dell'articolo 6 paragrafo 1 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo, va riconosciuto equitativamente al Corbo, a titolo di equa riparazione per il danno morale subito, la somma di 1 milione di lire, oltre alle spese del procedimento liquidate, Secondo la tariffa professionale, come da dispositivo, escluso il rimborso delle spese della procedura innanzi alla Corte europea, essendo stata tale domanda inoltrata tardivamente solo con la memoria 12 giugno 2001.

... Omissis...

 

 

 

CORTE D'APPELLO L’AQUILA 23 luglio 2001, decr.

Pres. Colletti - Rel Didone - Ricci c. Ministero detta Giustizia

L’equa riparazione del danno non patrimoniale prevista dall’art.2 detta L n. 89 del 2001 quale indennizzo per la lesione del diritto costituzionalmente garantito all'efficace tutela giurisdizionale deve essere calcolata alla luce dei criteri elaborati dalla giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell'uomo e in particolare in base al parametro della "posta in gioco".

- Letto il ricorso depositato in data 29 maggio 2001, con il quale Emidio Ricci ha proposto domanda di equa riparazione ai sensi della I. n. 89/2001 esponendo quanto segue:

"Oggetto della causa civile della quale si lamenta l'eccessiva durata è una "denuncia di nuova opera" con la quale l'attore accusava danni al proprio immobile causati dalla ristrutturazione del fabbricato confinante di proprietà del convenuto. La signora Ricci Nicolina (zia del ricorrente) è l'attrice che ebbe a promuovere la causa contro la convenuta Sig. Pandolfi nel lontano 1979 (settantanove). La signora Ricci Nicolina alla sua morte nel 1997 (novantasette) ha lasciato quale suo crede universale il ricorrente, il quale ha proseguito la causa in questione con atto di riassunzione del 4 maggio 1999. Il pro, cesso civile, iniziato davanti alla Pretura civile di Ascoli Piceno - sezione distaccata di San Benedetto del Tronto, con ricorso del 6 giugno 1979, e proseguito dinanzi al Tribunale di Ascoli Piceno (sempre in primo grado ) ha avuto una durata di ventuno anni. Le udienze fissate dai vari giudici susseguitisi negli anni sono state complessivamente cinquantuno (51), di cui ben 11 (undici) udienze non hanno avuto luogo perché rinviate d'ufficio e almeno 17 (diciassette) udienze (per complessivi dodici anni) fissate in attesa che venisse semplicemente tra

smesso il fascicolo d'ufficio dalla Cancelleria della pretura di San Benedetto del Tronto a quella del Tribunale di Ascoli Piceno (che dista appena 36 Km)!!! Risulta evidente che era ben possibile per il giudice dare maggior impulso al processo, tenuto conto che l'oggetto della causa civile non è affatto complesso, e quindi non ha avuto, in ogni caso, alcuna ragionevole proporzione con la sua durata. Si ricorda che il giudice, ai sensi dell'art. 127 c.p.c. ha la "direzione dell'udienza" e ai sensi dell'art. 175 c.p.c. ha la direzione del procedimento "ed è tenuto ad esercitare" "tutti i poteri intesi al più sollecito e leale svolgimento del procedimento", non ha utilizzato tutti gli strumenti processuali in suo potere per condurre il processo nei modi e nei tempi pur celermente e rigorosamente fissati dal codice di procedura civile. La colpa di tale "impotenza" del giudice è da attribuire alle croniche, inveterate e notorie carenze dell'organizzazione e del funzionamento degli uffici giudiziari, di cui il solo responsabile è il Ministero di Giustizia, a norma dell'art. 110 Cost.. Il ricorrente ritiene che il processo civile in oggetto non sia conforme al dettato dell'art. 6 par. 1 della Convenzione, segnatamente al "termine ragionevole" di durata. Il ricorrente ritiene di poter vantare la sua qualità di vittima delle violazioni denunciate, sia per i danni materiali sicuramente subiti e di cui alla sua posizione di erede universale della zia Nicolina Ricci (già attrice nella presente causa), ma anche per i danni morali sofferti in prima persona. Alla data del 1 agosto 1979 (settantantanove), il ricorrente aveva quindici anni e per la propria vicenda famigliare la zia Nicolina Ricci, non sposata e senza figli, si era affezionata e si appoggiava totalmente al ricorrente come ad un figlio tanto che il sottoscritto ha sempre seguito, consigliato e fatte proprie tutte le scelte e le vicende della zia, sig.ra Ricci. La sensazione di impotenza alla ricerca di una giustizia equa e stata condivisa durante tutto il procedimento, parimenti dal ricorrente e dalla propria zia, la quale non ha potuto neanche ricordare la conclusione della presente causa. Il ricorrente è talmente amareggiato dalla situazione e dalle vicende della causa oggetto del presente ricorso che ha fatto terminare la causa con una transazione tra le parti, pur di concludere il procedimento (anche senza trovare soddisfazione completa alle proprie richieste), al fine di evitare ulteriori spese legali. La causa è stata cancellata dal ruolo (applicato l'art. 309 c.p.c.) in data 18 dicembre 2000. Alla morte della zia Nicolina nel 1997, il ricorrente ha ereditato tutto il suo patrimonio ed è subentrato nella causa in oggetto. Il ricorrente ha sottoposto tempestivamente il suo caso alla Corte Europea dei diritti dell'uomo presso il Consiglio d'Europa di Strasburgo in data 5 ottobre 2000 ma a tutt'oggi il ricorso non è stato preso in esame e la corte non si è ancora pronunciata sulla sua ricevibilità. Il ricorrente, pertanto, ai sensi dell'art. 2 e ss. della 1. 24 marzo 2001 n. 89, è pienamente legittimato quale vittima diretta ed indiretta ad avere diritto ad un equa riparazione dei danni sofferti e,quale erede della attrice la zia Nicolina Ricci, è sicuramente anche titolare di tutti i danni materiali sofferti dalla zia Nicolina Ricci, tra cui sicuramente vanno considerati i maggiori costi per la difesa giudiziale, essendo tali debiti a carico dell'erede, inoltre, quanto al danno morale deve tenersi conto dell'ansia e dell'incertezza in cui è vissuto il ricorrente dal 1979 ad oggi";

- letta la memoria di costituzione del Ministero della Giustizia, che ha concluso chiedendo il rigetto dei ricorso e, in subordine, la liquidazione di un equo indennizzo pari alla metà della somma di lire 30.000.000 richiesta dal ricorrente;

- letti gli atti e sentite le parti in camera di consiglio; osserva:

- Va preliminarmente rilevato che dalla documentazione prodotta dal ricorrente si evince che il ricorso è stato ritualmente proposto ai sensi dell'art. 6 1. n. 89/2001, in quanto già presentato il 5 ottobre 2000 alla Corte europea dei diritti dell'uomo senza che, fino alla data del 31 maggio 2001 (v. nota della cancelleria della Corte di Strasburgo prodotta dal ricorrente), venisse dichiarato ricevibile. Il ricorso alla Corte europea, poi, era tempestivo ai sensi dell'articolo 35 Conv., perché proposto prima ancora della cancellazione della causa dal ruolo.

Quanto alla ragionevole durata della causa civile promossa dal ricorrente, va premesso che, conformemente alla giurisprudenza consolidata della Corte europea, l'art. 2 della legge n. 89/2001 prevede che la sussistenza della violazione del diritto al termine ragionevole del processo vada accertata tenendo conto della complessità del caso e, in relazione ad stessa, del comportamento delle parti e del giudice del procedimento, nonché di quello di ogni altra autorità chiamata a concorrervi o a comunque contribuire alla sua definizione. Inoltre, ciò che rileva è soltanto il periodo eccedente la durata ragionevole.

Nella concreta fattispecie, a una fase sommaria (denuncia di nuova opera) è seguita una fase a cognizione piena dinanzi al Pretore, nonostante che l'attrice avesse proposto domande di carattere petitorio non di competenza del giudice adito. Ma tale circostanza è stata espressamente enunciata dalla parte attrice soltanto tre anni dopo l'instaurazione della fase di nunciazione (ricorso del 6 giugno 1979, precisazione della natura petitoria della domanda avvenuta soltanto nel corso dell'udienza del 9 giugno 1982). Ciò che ha determinato la dichiarazione di incompetenza del Pretore e la trasmigrazione della causa dinanzi al Tribunale di Ascoli Piceno. Dunque, fino alla riassunzione del giudizio dinanzi al giudice competente la Corte ritiene non vi sia stata violazione del principio della ragionevole durata impu, tabile allo Stato.

Avvenuta la riassunzione della causa il giudizio si è letteralmente trascinato fra rinvii richiesti concordemente dalle parti o da una di esse senza opposizione dell'altra. A far tempo dall'udienza del 28 novembre 1985, poi, i rinvii vengono giustificati nel verbale di causa dalla mancata acquisizione del fascicolo relativo alla fase pretorile e a tale mancata trasmissione il ricorrente attribuisce rilievo prevalente nella richiesta di equo indennizzo. De duce il ricorrente, infatti, che vi sono state "almeno 17 (diciassette) udienze (per complessivi dodici anni) fissate in attesa che venisse semplicemente trasmesso il fascicolo d'ufficio dalla Cancelleria della pretura di San Benedetto del Tronto a quella del Tribunale di Ascoli Piceno (che dista appena 36 Km)!!! ". Dimentica, però, il ricorrente medesimo che l'unica attività svolta dinanzi al Pretore era stata quella del consulente tecnico d'ufficio e non considera che, anziché attendere per dodici anni il rinvenimento del fascicolo d'ufficio della fase pretorile (evidentemente smarrito, come risulta dagli atti, ma tempestivamente trasmesso dalla Pretura al Tribunale) le parti che avevano interesse alla sollecita decisione della controversia potevano chiedere la ricostruzione del fascicolo stesso, se non limitarsi, addirittura, a produrre copia della relazione del c.t.u. (magari richiedendola a quest'ultimo).

Dagli atti, nondimeno, si evince che dal 25 gennaio 1990 al 20 maggio 1993 si sono susseguiti numerosi rinvii d'ufficio, disposti per l'avvenuto trasferimento del giudice istruttore, non sostituito fino a tale ultima data, sì che neanche la ricostruzione del fascicolo d'ufficio avrebbe consentito la trattazione della causa. Disposta la nomina di un nuovo giudice, il processo è stato ancora rinviato a causa del rinvenimento del fascicolo, dovendo le parti "esaminarIo" e formulare richieste. Nel dicembre 1998 vi è stata dichiarazione del decesso dell'attrice cui è seguita l'interruzione del giudizio, riassunto il quale, soltanto dopo sei mesi (v. ricorso per riassunzione del 6 maggio 1999) le parti non sono comparse dinanzi all'istruttore (udienza del 18 ottobre 1999). Successivamente, fissata l'udienza per 1%eventuale" precisazione delle conclusioni, le parti hanno disertato le udienze fino alla cancellazione della causa dal ruolo. La lite è stata definita con transazione con la quale all'attuale ricorrente è stato riconosciuto il diritto al risarcimento del danno nella misura di lire 4.000.000, con prescrizioni quanto ai lavori che la convenuta avrebbe dovuto eseguire. Nel corso della prima udienza dinanzi al Tribunale, nel 1982, la convenuta aveva offerto banco judicis la somma di lire 500.000, tenendo conto delle conclusioni del c.t.u., il quale aveva valutato i danni patiti dall'immobile della Ricci in lire 350.000.

Va anche rimarcato che, costituendosi dinanzi al Tribunale, la convenuta aveva preannunciato un'azione di danni per il provvedimento di sospensione dei lavori emesso dal Pretore e poi revocato (con cauzione di lire 500.000) dopo l'espletamento della c.t.u. e l'avvenuta sanatoria in sede amministrativa dei lavori.

Con la transazione l'attuale ricorrente si è assicurato anche la rinuncia alla predetta azione di danni.

Da quanto innanzi esposto si evince che la violazione del principio della ragionevole durata è imputabile per almeno il 50% al comportamento dell'attrice.

Quanto all'equo indennizzo di cui all'art. 2 1. n. 89/2001, richiesto nella misura di lire 30.000.000, osserva la Corte il ricorrente ha dedotto, ma non provato, l'esistenza di un danno patrimoniale conseguente alla maggiorazione delle spese processuali. Sennonché, è agevole rilevare che l'assenza completa di attività processuale nella fase del processo svoltasi dinanzi al Tribunale e la totale imputabilità della durata della fase pretorile al comportamento dell'attrice, fanno ritenere insussistente tale componente dell'equo indennizzo.

Per ciò che attiene all'indennizzo relativo al danno non patrimoniale, va ricordato che la giurisprudenza di Strasburgo vi fa rientrare il "pregiudizio morale in dipendenza dell'incertezza e dell'ansia circa l'esito del giudizio" con ripercussioni sulla condizione complessiva, anche di salute, dell'interessato (Corte europea dir. uomo 26 ottobre 1988, in Foro it., 1989, IV, 389) e liquida, di regola, lire 2.000.000 per ogni anno eccedente la durata ragionevole per i procedimenti pendenti in primo grado, lire 1.000.000 per quelli pendenti in grado di appello e lire 500.000 per quelli pendenti in cassazione o in sede di rinvio.

A ciò si aggiunga che la più recente giurisprudenza di legittimità ha ritenuto che "poiché l'art. 2043 c.c., correlato agli artt.2 ss. Cost., va necessariamente esteso fino a ricomprendere il risarcimento non solo dei danni in senso stretto patrimoniali ma di tutti i danni che almeno

potenzialmente ostacolano le attività realizzatrici della persona umana, la lesione di diritti di rilevanza costituzionale va incontro alla sanzione risarcitoria per il fatto in sé della lesione (danno evento) indipendentemente dalle eventuali ricadute patrimoniali che la stessa possa comportare (danno conseguenza)" (Cass. 7 giugno 2000, n. 7713).

Orbene, non è revocabile in dubbio che " il diritto di agire in giudizio a tutela dei propri diritti ed interessi, garantito dall'art. 24 Cost. affinché la decisione giurisdizionale alla quale è preordinata l'azione, promossa a tutela del diritto, assicuri l'efficace protezione di questo e, in definitiva, la realizzazione della giustizia, implica una ragionevole durata del processo" (Corte cost. 22 ottobre 1999, n. 388, in Giur. it., 2000, 1127) e che tale principio, già enunciato dall'art. 6 CEDU, è ora espressamente affermato nell'art. 111 Cost. Dunque, è alla lesione " in sé " di tale diritto fondamentale che va riferita la norma di cui all'articolo 2 1. n. 89/2001 nella parte in cui fa riferimento al danno non patrimoniale.

Occorre, nondimeno, esaminare la questione relativa alla "entità del caso" (cfr. App. Roma, 10 luglio 2001) in applicazione di un altro fondamentale parametro, sempre tenuto presente dalla Corte europea dei diritti dell'uomo nelle proprie decisioni: la rilevanza della "posta in gioco" (cfr., per tutte, Corte europea dir. uomo 18 febbraio 1999, Laino e. Italia).

Infatti, se di tale parametro la Corte di Strasburgo ha sempre tenuto conto al fine della determinazione del termine ragionevole, non si vede perché esso non debba costituire un fondamentale criterio guida nella liquidazione dell'equa riparazione. Un conto, infatti, è attendere per anni il risarcimento del danno per contagio da virus H.I.V a seguito di trasfusione, trattandosi di posta "decisiva" per l'attore (Corte europea dir. uomo, 30 ottobre 1998, EE. c. Francia) altro, invece, è l'attesa di un risarcimento del danno da sinistro stradale senza conseguenza per la salute della persona, in cui la lungaggine del procedimento è, peraltro, compensata dal risarcimento del danno da svalutazione monetaria.

Analogamente al caso deciso dalla Corte di appello di Roma in sede di prima applicazione della legge Pinto (decreto 10 luglio 2001), la Corte ritiene che certamente il ricorrente ha subito un disagio ed un disturbo nel non vedere soddisfatta in tempi ragionevoli la sua domanda di giustizia, ma, tale tensione psicologica, in considerazione dell'entità del caso (v. contenuto della transazione), almeno alla luce delle risultanze processuali, non sembra abbia inciso in misura notevole nella sua vita.

Dunque appare equo liquidare la somma di lire 5.000.000 a titolo di equa riparazione per danno non patrimoniale, tenuto conto dei criteri di cui all'art. 2056 c.c.

Le spese processuali - liquidate in dispositivo - seguono la soccombenza.

... Omissis...

 

 

CORTE D'APPELLO L’AQUILA 23 luglio 2001, decr.

Pres. Colletti - Rel Didone Olmi c. Ministero della giustizia

L’equa riparazione del danno non patrimoniale prevista daLVart. 2 della L n. 89 del 2001 quale indennizzo per La lesione del diritto costituzionalmente garantito all’efficace tutela giurisdizionale deve essere calcolata alla luce dei criteri elaborati dalla giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo e, in particolare, in base al parametro della "posta in gioco".

Omissis -

Osserva:

- Va preliminarmente rilevato che dalla documentazione prodotta dal ricorrente si evince che il ricorso è stato ritualmente proposto ai sensi dell'art. 6 1. n. 89/2001, in quanto già presentato il 17 febbraio 2000 alla Corte europea dei diritti dell'uomo senza che, fino alla data del 14 giugno 2001 (v. nota della cancelleria della Corte di Strasburgo prodotta dal ricorrente), venisse dichiarato ricevibile. Il ricorso alla Corte europea, poi, era tempestivo ai sensi dell'art. 35 Conv., perché proposto durante il decorso del termine lungo per l'impugnazione della sentenza di primo grado, peraltro corretta a seguito di procedimento ex articolo 287 c.p.c.

Quanto alla ragionevole durata della causa civile promossa dal ricorrente, è sufficiente rimarcare che essa, introdotta con atto di citazione del 31 luglio 1973, è stata definita, con l'accoglimento della domanda di risarcimento del danno cagionato all'immobile dell'attore da lavori eseguiti dal proprietario di immobile sottostante al primo, con sentenza del 27 ottobre 1998, successivamente corretta, ex art. 287 C.P.C., con ordinanza del 31 luglio 1999.

Ventisei anni per la definizione di una controversia in primo grado, in cui l'unica istruttoria espletata è consistita in una consulenza tecnica, sono troppi anche per il sistema italiano, in cui, come si evince dalle più recenti rilevazioni statistiche, la durata media delle cause di c.d. "vecchio rito" è pari a circa dieci anni. Ciò a fronte di una giurisprudenza della Corte europea per la quale i ricorsi concernenti procedimenti con durata inferiore a tre anni (ovvero inferiore a due anni e sette mesi, se concernenti lo stato delle persone, i fallimenti, le pensioni, il diritto del lavoro e altre materie di analoga importanza) vengono dichiarati irricevibili mentre in relazione a tutti i gradi del giudizio (procedimenti pendenti in cassazione) il termine massimo è di sei anni.

L’art. 2 della 1. 89/2001 prevede che "chi ha subito un danno patrimoniale o non patrimoniale per effetto di violazione della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali, ratificata ai sensi della 1. 4 agosto 1955, n. 848, sotto il profilo del mancato rispetto del termine ragionevole di cui all'art. 6, paragrafo 1, della Convenzione, ha diritto ad una equa riparazione".

Orbene, " l'art. 6 della convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali (4 novembre 1950) impone agli Stati contraenti di organizzare il rispettivo sistema giudiziario in modo tale da assicurare una durata ragionevole dei procedimenti" (Corte europea dir. uomo 24 maggio 199 1, in Riv. it. dir. lav., 1991,11,714).

Il Consiglio Superiore della Magistratura ha giustamente sottolineato che il predetto articolo 6 Conv. "si rivolge allo Stato per la tutela dei diritti riconosciuti, ponendo a suo carico un'obbligazione di risultato (la celebrazione del processo in tempi ragionevoli); sicché la violazione accertata viene propriamente considerata una violazione commessa dallo Stato, atteso che ad esso compete predisporre i sistemi processuali e le organizzazioni di mezzi e persone in grado di consentire lo svolgimento dei processi in tempi ragionevoli, a prescindere dall'eventuale imputabilità del fatto a determinati organi o soggetti". Si che non rileva accertare, nella concreta fattispecie, specifiche violazioni del dovere di diligenza del magistrato, anche se dagli atti si evince che si sono susseguiti cinque anni di rinvii in attesa del deposito della relazione del c.t.u. e, in materia, la Corte europea dei diritti dell'uomo ha avuto modo di affermare che "si ha violazione del diritto ad un processo che si svolge entro un termine ragionevole (sancito dall'art. 6 della convenzione europea del diritti dell'uomo ratificata con I. 848/55) qualora il giudice non vigili sulla durata delle operazioni peritali e sulla richiesta dei rinvii d'udienza, cosi da non consentire che il processo stesso possa concludersi entro un termine congruo" (Corte europea dir. uomo 15 ottobre 1985, n. 9381, in Temi romana, 1986, 792).

Sennonché, mentre inizialmente la predetta Corte riteneva che "il fatto che il processo civile italiano sia ispirato al principio dispositivo non è in contrasto con la convenzione, ma non dispensa il giudice dall'obbligo di assicurare il rispetto dei limiti di durata prescritti dall'art. 6 par. 1, della convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali" (Corte europea dir. uomo 25 giugno 1987, in Foro it., 1987, IV, 385), in tempi più recenti è stata individuata una delle cause delle disfunzioni del nostro sistema nelle norme (ora abrogate) del codice di procedura di c.d. "vecchio rito" (cfr. decisione della Commissione europea del 23 gennaio 1996 su ricorso di A. Torri c. Italia).

t sintomatico, invero, che nella concreta fattispecie l'attore abbia dovuto promuovere un giudizio di cognizione solo dopo avere tentato inutilmente di far accertare con le forme di cui all'art. 696 c.p.c, in via preventiva, la natura delle lesioni riscontrate nel proprio immobile, dichiarando, già nel 1973, che, se avesse avuto tale opportunità, avrebbe potuto razionalmente concludere o di non dover promuovere azioni di sorta contro la convenuta ovvero di tentare un componimento bonario della controversia. è noto, per contro, che solo di recente la Corte costituzionale ha accolto, con sentenza interpretativa di rigetto, una lettura dell'art. 696 c.p.c. conforme al precetto costituzionale della ragionevole durata (già enucleato dall'art. 24 Cost.) tale da consentire più penetranti accertamenti in sede preventiva e che in tale direzione si muove una proposta legislativa presentata dall'ex Ministro Fassino.

Inoltre, è stato più volte sottolineato dalla Corte europea che " la convenzione impone agli Stati contraenti di organizzare il proprio apparato giudiziario in modo tale da consentirgli di rispettare gli obblighi previsti dall'art. 6 par. 1, in particolare per quanto riguarda la durata dei procedimenti" (Corte europea dir. uomo 13 luglio 1983, in Riv. dir. internaz., 1985, 368). Per converso ancora oggi organi costituzionali della magistratura (v. Relazione al Parlamento sullo stato dell'amministrazione della giustizia, 200 1, del Consiglio Superiore della Magistratura) invocano "una più coraggiosa revisione della geografia giudiziaria" ed "una più razionale distribuzione delle risorse ". Né, infine, risulta dagli atti che nel Tribunale di Ancona fosse esistente quel rapporto carico di lavoro personale di magistratura (ossia n. 500 cause civili per ciascun magistrato addetto esclusivamente a quel settore) che recenti studi hanno indicato come ottimale perché possa essere assicurata la ragionevole durata di un processo. La mancanza di personale, poi, traspare dalla circostanza che la sentenza che ha concluso la causa civile del ricorrente è stata scritta a penna dal giudice estensore direttamente in originale, fatta eccezione per l'intestazione.

Talché, accertata la violazione del termine ragionevole, la trasmissione del presente provvedimento alle autorità indicate nell'art. 5 1. n. 89/2001 costituirà un mero adempimento di cancelleria in virtù di un ingiustificato automatismo (come rilevato dal C.S.M. nella menzionata relazione) imposto da una norma che, per assenza di rilevanza nel presente procedimento, non è possibile sottoporre a censura di incostituzionalità in questa sede. La norma ora menzionata, è certo, ha indotto l'autore della relazione prodotta dall'Avvocatura dello Stato a svolgere una non richiesta difesa d'ufficio dei magistrati a "futura memoria".

Ciò premesso quanto alla ragionevole durata (premessa resa necessaria dalla novità della normativa applicata) e constatato che quel limite di tre anni risulta violato in modo ingiustificato (per le ragioni innanzi esposte) per oltre 23 anni, occorre quantificare l'equo indennizzo di cui all'art. 2 1. n. 89/2001.

Va preliminarmente rilevato, in proposito, che il ricorrente ha solo dedotto, ma non provato, il danno patrimoniale, assumendo di non avere potuto mettere in esecuzione la sentenza, tranne per la parte assicurata da una cauzione versata in sostituzione di sequestro conservativo, perché la convenuta sarebbe divenuta nullatenente.

Per ciò che attiene all'indennizzo relativo al danno non patrimoniale, va ricordato che la giurisprudenza di Strasburgo vi fa rientrare il "pregiudizio morale in dipendenza dell'incertezza e dell'ansia circa l'esito del giudizio" con ripercussioni sulla condizione complessiva, anche di salute, dell'interessato (Corte europea dir. uomo 26 ottobre 1988, in Foro it., 1989, IV, 389) e liquida, di regola, lire 2.000.000 per ogni anno eccedente la durata ragionevole per i procedimenti pendenti in primo grado, lire 1.000.000 per quelli pendenti in grado di appello e lire 500.000 per quelli pendenti in cassazione o in sede di rinvio.

A ciò si aggiunga che la più recente giurisprudenza di legittimità ha ritenuto che "poiché l'art. 2043 c.c., correlato agli artt. 2 ss. Cost., va necessariamente esteso fino a ricomprendere il risarcimento non solo dei danni in senso stretto patrimoniali ma di tutti i danni che almeno potenzialmente ostacolano le attività realizzatrici della persona umana, la lesione di diritti di rilevanza costituzionale va incontro alla sanzione risarcitoria per il fatto in sé della lesione (danno evento) indipendentemente dalle eventuali ricadute patrimoniali che la stessa possa comportare (danno conseguenza) " (Cass., 7 giugno 2000,n.7713).

Orbene, non è revocabile in dubbio che " il diritto di agire in giudizio a tutela dei propri diritti ed interessi, garantito dall'art. 24 Cost., affinché la decisione giurisdizionale alla quale è preordinata l'azione, promossa a tutela del diritto, assicuri l'efficace protezione di questo e, in definitiva, la realizzazione della giustizia, implica una ragionevole durata del processo" (Corte cost., 22 ottobre 1999, n. 3 88, in Giur. it., 2000, 1127) e che tale principio, già enunciato dall'art. 6 CEDU, è ora espressamente affermato nell'art. 111 Cost. Dunque, è alla lesione "in s& di tale diritto fondamentale che va riferita la norma di cui all'art. 2 1. n. 89/2001 nella parte in cui fa riferimento al danno non patrimoniale.

Occorre, nondimeno, esaminare la questione relativa alla "entità del caso" (cfr. App. Roma 10 luglio 2001) in applicazione di un altro fondamentale parametro, sempre tenuto presente dalla Corte europea dei diritti dell'uomo nelle proprie decisioni: la rilevanza della "posta in gioco" (cfr., per tutte, Corte europea dir. uomo, 18 febbraio 1999, Laino e. Italia).

Infatti, se di tale parametro la Corte dì Strasburgo ha sempre tenuto conto al fine della determinazione del termine ragionevole, non si vede perché esso non debba costituire un fondamentale criterio-guida nella liquidazione dell'equa riparazione. Un conto, infatti, è attendere per anni il risarcimento del danno per contagio da virus H.I.V a seguito di trasfusione, trattandosi di posta "decisiva" per l'attore (Corte europea dir. uomo, 30 ottobre 1998, EE. C. Francia) altro, invece, è l'attesa di un risarcimento del danno da sinistro stradale senza conseguenza per la salute della persona, in cui la lungaggine del procedimento è, peraltro, compensata dal risarcimento del danno da svalutazione monetaria.

Analogamente al caso deciso dalla Corte di appello di Roma in sede di prima applicazione della legge Pinto, la Corte ritiene che certamente ìl ricorrente ha subito un disagio ed un disturbo nel non vedere soddisfatta in tempi ragionevoli la sua domanda di giustizia, ma, tale tensione psicologica, in considerazione dell'entità del caso (il Tribunale di Ancona ha liquidato il danno subito dal ricorrente in lire 155.041.200, oltre rivalutazione ed interessi), almeno alla luce delle risultanze processuali, non sembra abbia inciso in misura notevole nella sua vita.

Dunque appare equo liquidare la somma di lire 10.000.000 a titolo di equa riparazione per danno non patrimoniale.

Le spese processuali , liquidate in dispositivo - seguono la soccombenza.

 

 

 

 

 

CORTE D'APPELLO DI MILANO 29 giugno 2001, decr. Pres.ed est. De Ruggiero SbueL c. Ministero della giustizia e Presidente del Consiglio dei Ministri

Qualora il prolungamento dei tempi processuali derivi non da una condotta censurabile della parte, ma da una consentita strategia processuale ovvero dalla mancanza di opportuni impulsi sollecitatori, tale elemento deve essere preso in considerazione nella valutazione del "comportamento delle parti".

La Conservatoria dei Registri immobiliari non può essere considerata un'autorità chiamata a concorrere atta definizione del procedimento: ne deriva che il suo comportamento non è valutabile dal giudice nell’accertamento della violazione del termine ragionevole di durata.

Con il ricorso depositato presso questa corte il 30 aprile 2001, Luigino Sbuelz ha tempestivamente riassunto, in forza della norma transitoria di cui all'art. 6 della legge 89/2001, il ricorso già presentato alla Corte europea dei diritti dell'uomo per lamentare l'eccessiva durata di un procedimento civile di cognizione e di successiva esecuzione immobiliare da lui promosso in Italia contro il suo debitore Cesare Colombo. Procedimento iniziato il 13 aprile '92, con il ricorso per decreto ingiuntivo al Presidente del Tribunale di Pordenone, e terminato soltanto il 2 novembre 2000 con l'estinzione del procedimento esecutivo instaurato presso il Tribunale di Verbania (distretto della Corte d'appello di Torino: ciò che ora radica la competenza territoriale di questa corte).

Nel ricorso il signor Sbuelz narra la sua vicenda giudiziaria, sviluppatasi con ritmo sufficiente, ed anzi relativamente rapido, nella fase di cognizione (decreto ingiuntivo emesso il 23 aprile 1992 e dichiarato, dopo l'opposizione di controparte, provvisoriamente esecutivo il 31 luglio 1992; sentenza finale di conferma del decreto resa VI 1 maggio 1994 e divenuta definitiva per mancata impugnazione): questa fase non vien fatta oggetto di censure, ma è evidentemente ricordata per richiamare ad una valutazione unitaria del tempo complessivo occorso per l'effettiva realizzazione del diritto azionato. t tuttavia utile segnalare che già il 28 luglio 1992 la Conservatoria dei registri immobiliari di Verbania rilasciava una certificazione sui beni immobili del debitore, limitata, però, "a tutto il 27 maggio 1990", sicché solo all'esito di una defatigante, autonoma consultazione dei registri successivi Sbuelz iscriveva, il 29 ottobre 1992, ipoteca giudiziale su un immobile del debitore.

Il procedimento esecutivo aveva invece inizio, dopo la notifica dell'atto di precetto e la successiva trascrizione, con l'atto di pignoramento immobiliare dei 13 febbraio 1995: il 20 febbraio 1995 Sbuelz depositava al Tribunale di Verbania l'istanza di vendita di alcune porzioni immobiliari di proprietà del suo debitore site in Donnelletto e Stresa, con richiesta di fissazione della necessaria udienza di comparizione delle parti. Sennonché, vigendo all'epoca l'art. 567, comma 2, c.p.c. (per il quale "al ricorso si debbono unire... i certificati delle iscrizioni e trascrizioni relative all'immobile pignorato ... "), l'istanza risultava invece corredata da una documentazione "ipocatastale" non aggiornata, dal momento che la Conservatoria dei Registri Immobiliari di Verbania non era in grado, per la mancata informatizzazione dei dati ed il massiccio arretrato accumulato negli anni, di rendere una più attuale certificazione. Il procuratore di Sbuelz - sul presupposto che "il Tribunale di Verbania non fissa la comparizione delle parti se la documentazione ipocatastale non è completa" (all. 19) - incaricava dunque un'agenzia di procurare i documenti mancanti: ma anche l'agenzia otteneva dalla Conservatoria, nel maggio95, certificazione aggiornata quanto alle trascrizioni - solo fino al 4 dicembre 1990. In questa situazione, l'intanto nominato Giudice dell'esecuzione, con provvedimento dell'1 giugno 1995 in calce all'istanza, "si riserva(va) la fissazione dell'udienza per l'autorizzazione alla vendita all'esito del deposito della documentazione ipocatastale completa".

La vicenda restava cosi quiescente fino al 25 giugno 1997, quando Sbuelz tornava alla carica presso la Conservatoria per ottenere il rilascio di utili certificati sulle eventuali trascrizioni: ma, ancora l'8 luglio 1997, la Conservatoria produceva certificati temporalmente circoscritti al 20 luglio 1991. Il creditore si rivolgeva allora ad un notaio che, svolte le necessarie "visure", nel dicembre '97 gli rilasciava una certificazione finalmente aggiornata; sicché il 24 febbraio 1998 Sbuelz depositava una nuova istanza al G.E., allegando l'equivalenza dell'attestazione notarile alla certificazione mancante. Non risultando alcuna risposta, né positiva né negativa, da parte del Giudice, il creditore predisponeva nuova istanza nel novembre '98 (non ne risulta il deposito), corredata di una nuova attestazione notarile riaggiornata. Essendo nel frattempo entrata in vigore la novella legislativa del 3 agosto 1998, n. 302, che, modificando il ricordato art. 567 c.p.c., consentiva di integrare la documentazione necessaria con "un certificato notarile attestante le risultanze delle visure catastali e dei registri immobiliari", il 18 novembre 1998 il G.E. fissava l'udienza del 25 febbraio 1999 per la comparizione delle parti.

Veniva così nominato il C.TU., che assumeva l'incarico il 25 marzo 1999 e depositava in termini la sua relazione; all'udienza dei 24 giugno 1999 veniva chiesta la vendita dei beni pignorati, ordinata poi dal G.E. tramite incanto fissato al 28 ottobre 1999. Risultata impossibile l'asta per assenza dell'unico offerente, il procuratore di Sbuelz chiedeva rinvio, disposto per l'udienza del 16 dicembre 1999, nella quale la medesima parte procedente chiedeva fissarsi udienza per proporre domanda di assegnazione: domanda effettivamente proposta alla nuova udienza del 17 febbraio 2000. Con provvedimento del 21 febbraio 2000 il G1- assegnava dunque i beni al creditore procedente, con termine per versare la cauzione e le preventivate spese di vendita. Versate le quali il 24 marzo 2000, il successivo 28 marzo 2000 interveniva il decreto di trasferimento dei beni espropriati, decreto poi corretto in due suoi errori materiali (nella indicazione del luogo di nascita di Sbuelz e del codice fiscale del debitore) con provvedimento del 18 aprile 2000.

Il procedimento d'esecuzione aveva poi un'ulteriore appendice a seguito dell'istanza 26 aprile 2000 dell'assegnatario Sbuelz per l'estinzione del processo e la restituzione dei titoli versati: il 2 giugno 2000 veniva restituita solo la cauzione ed il 2 agosto 2000 erroneamente il G.E. introduceva la procedura di distribuzione della somma residua; segnalato l'errore con istanza del 23 ottobre 2000, il 2 novembre 2000 il G.E. revocava l'ordinanza del 2 agosto 2000 disponendo la restituzione dell'eccedenza in favore di Sbuelz e l'estinzione del processo. Il 10 novembre 2000 veniva infine rimborsata la somma residuata dalle spese di vendita, con ciò compiendosi l'ultimo atto dei procedimento giudiziario ora segnalato per la sua irragionevole durata.

Premesso dunque in fatto questo racconto, il ricorrente sottolinea che la durata del procedimento non trova alcuna giustificazione oggettiva, data la semplicità dei caso, essendo piuttosto soggettivamente addebitabile, in primo luogo, alla Conservatoria dei Registri immobiliari di Verbania, quale "organo amministrativo chiamato a collaborare nel sollecito e corretto svolgimento del procedimento esecutivo", ed in secondo luogo al giudice dell'esecuzione, che "reiteratamente adito... ometteva di procedere alla fissazione dell'udienza di comparizione delle parti adducendo l'incompletezza della documentazione necessaria, pur essendo a conoscenza delle disfunzioni (delle Conservatorie), nonché della prassi, diffusa in altre sedi giudiziarie, tra cui Milano e Bologna, di accettare l'attestazione notarile ... ", ovvero, alternativamente, ometteva di sollecitare l'amministrazione od anche di delegare all'accertamento un consulente d'ufficio. E ingiustificato "arresto del procedimento" viene dunque esplicitamente individuato nel periodo dal 20 febbraio 1995 (prima istanza di fissazione dell'udienza) al 20 novembre 1998 (effettiva fissazione di questa udienza), pur aggiungendosi la segnalazione degli altri "piccoli ma rilevanti disguidi" cagionati dai riferiti errori materiali commessi nel decreto di trasferimento dei beni e nello svincolo delle somme depositate dal creditore.

Ancora, il ricorrente descrive, documenta e quantifica (sull'assunto di un periodo di diciotto mesi come durata ragionevole del procedimento esecutivo), gli ingenti danni subiti a causa del ritardo processuale: spese di procedura, interessi pagati sulle anticipazioni ottenute dalle banche, deprezzamento degli immobili infine assegnati (a causa del contemporaneo andamento negativo del mercato), sofferenze morali ed esistenziali da liquidarsi secondo equità (la misura complessiva orientativamente indicata ammonta a lire 220.000.000). Infine, il ricorso aggiunge, come istanze istruttorie eventuali, le richieste di acquisizione dei fascicoli processuali evocati e di C.TU. per la stima dei danni da interessi passivi e da svalutazione degli immobili.

Si sono costituiti gli Enti convenuti, anzitutto rilevando come l'azione esecutiva sia stata intrapresa da SbueIz solo nel febbraio '95, pur potendo essere iniziata fin dal 3 1 luglio '92, sulla scorta della dichiarata provvisoria esecutività del decreto ingiuntivo: sottraendo questo periodo d'inerzia addebitabile al ricorrente, la durata del processo rientrerebbe dunque nei termini di ragionevolezza imposti dall'art. 6 della Convenzione europea. In ogni caso, posto che la procedura si è svolta nel rispetto della normativa all'epoca vigente, nessun ingiustificato ritardo potrebbe addebitarsi agli organi giudiziari: il Giudice non avrebbe potuto fissare l'udienza di vendita senza il deposito di un idoneo certificato ipocatastale; l'assenza di offerenti all'asta di vendita ha necessariamente imposto un nuovo itinerario; i due successivi e scusabili errori hanno determinato un ritardo del tutto irrilevante di soli quattro mesi complessivi (e lo stesso ricorrente avrebbe potuto accelerare la revoca dell'ordinanza del 2 agosto 2000, sollecitata solo il 25 ottobre). Gli Enti resistenti contestano, infine, la solo generica allegazione del presunto termine "ragionevole" per il procedimento in esame e l'impropria indicazione, tra le voci di danno riparabile, delle spese legali e del deprezzamento del mercato immobiliare.

. Omissis

Osserva

che il ricorso non può essere accolto. Innanzitutto in fatto; cioè ragionando sulla concreta individuazione dell'effettiva durata del processo, quale rilevante ai nostri fini. Com'è noto, infatti, tra gli elementi da considerare per l'accertamento della violazione, la legge (art. 2, comma 2) indica espressamente "il comportamento delle parti", cosi ritenendo implicitamente ma univocamente irrilevante ogni protrazione temporale riconducibile alla stessa parte che richiede la riparazione del danno. E ciò quand'anche quel prolungamento non discenda da una condotta censurabile della parte, ma da una sua consentita strategia processuale: è evidente che la scelta della parte di un percorso più lungo tra quelli alternativamente consentiti dall'ordinamento non possa ricadere a carico dello Stato tenuto al ristoro del danno.

Ora - come ha notato l'Avvocatura resistente, senza ricevere alcuna replica orale sul punto - Sbuelz ben avrebbe potuto avviare il procedimento esecutivo fin dal '92, avendone titolo dal decreto ingiuntivo dichiarato esecutivo il 31 luglio 1992 e munito di tal formula l'8 ottobre 1992: ha invece preferito attendere fino al febbraio'95, alcuni mesi dopo il deposito della sentenza di merito che rigettava l'opposizione del suo debitore. Questa scelta, del tutto legittima ma non certo obbligata, non può dunque essere ignorata nel calcolo della durata del processo rilevante ai nostri fini: se è vero, infatti, che le gravi ed imperdonabili disfunzioni delle Conservatorie esistevano già nel '92 (come dimostra il ricordato certificato dell'epoca), il ricorrente non ha però dimostrato (ed in verità neppure allegato) che un'eventuale iniziativa esecutiva intrapresa nel '92 non avrebbe abbreviato per nulla la complessiva durata del procedimento. Mentre deve almeno presumersi, posto che le Conservatorie espletavano pur sempre una qualche attività, che un'anticipata iniziativa esecutiva avrebbe avuto esito anteriore a quello avuto dal pignoramento del '95, sicché non sarebbe stato necessario attendere la modifica legislativa del '98 per fissare l'udienza di vendita.

In secondo luogo, può aggiungersi - almeno problematicamente - come debba tenersi anche conto di quelle altre inerzie della parte richiedente che, pur non rappresentando scelte di strategia, di fatto, però, abbiano risparmiato al procedimento possibili impulsi sollecitatori: in questa prospettiva si noterà allora come la lunga stasi procedimentale verificatasi dall'1 giugno 1995 (provvedimento di mancata fissazione dell'udienza di vendita) al 24 febbraio 1998 (presentazione della nuova istanza di fissazione corredata dall'attestazione notarile) possa ricondursi anche al "comportamento" della parte Sbuelz, che quel tentativo - secondo le sue stesse tesi ben fondato - avrebbe certo potuto attuare prima.

Come che sia di ciò, dunque, alla condotta processuale della parte oggi ricorrente son dovuti quasi tre anni: detratti i quali, la durata complessiva della causa (in tutte le sue fasi di cognizione e di esecuzione) non potrebbe più dirsi eccessiva al cospetto dei tempi europei che costituiscono il parametro fattuale della "ragionevolezza". Ed alla medesima conclusione si arriva anche ponendo diversamente gli addendi: se la durata del procedimento esecutivo non può che farsi decorrere dal febbraio '95, data di sua effettiva introduzione, agli anni di sua durata, nell'ipotesi più severa dal'95 al 2000, non possono però assommarsi gli anni occorsi per la cognizione del merito, posto che le due fasi erano qui, come si è detto, temporalmente sovrapponibili e non sono state sovrapposte per scelta della parte: in nessun caso si arriva, dunque, come denuncia il ricorrente, a complessivi "otto anni, lasso di tempo sicuramente eccessivo a fronte di un semplice procedimento di recupero crediti" (ric. p. 8).

Sarebbe, poi, almeno problematico individuare la violazione del principio di ragionevole durata - al di là della stessa impostazione del ricorrente ora riferita - nella limitata considerazione dell'eccesso di tempo occorso per la sola fase esecutiva, quasi parcellizzando ciascuna fase o grado del processo alla ricerca di singole dilatazioni censurabili. La disciplina introdotta dal legislatore del marzo 2001 sembra, infatti, porre a fondamento del nuovo diritto tutelato (art. 2, comma 1) la mera, oggettiva violazione dell'art. 6 CEDU, che (come ora anche il nuovo e vincolante art. 111 Cost.) si limita a prescrivere un termine ragionevole alla "causa", indicata bensì nella sua concretezza, ma anche nella sua interezza ed unitarietà.

Di modo che sarebbe arduo individuare una violazione dell'art. 6, ad esempio, nella circostanza che uno dei gradi della causa sia durato "troppo", ove questo eccesso sia, per co~1 dire, "compensato" da una particolare rapidità degli altri gradi: e lo stesso criterio non potrebbe allora non applicarsi alla fase esecutiva rispetto a quella di cognizione. Anche perché la Corte europea, nell'applicare il principio della Convenzione, ha sempre avuto di mira l'effettività della tutela dal punto di vista del cittadino, calcolando i tempi, per le cause civili, nella loro dimensione complessiva, dal momento della proposizione della domanda a quello del concreto, finale soddisfacimento del diritto azionato (e che lo "spirito" della legge nazionale imponga di "muoversi nell'ambito delle soluzioni giurisprudenziali elaborate dagli organi di Strasburgo" è ammonimento che si rinviene nella stessa relazione al disegno di legge).

D'altra parte, un primo possibile inquadramento dogmatico può condurre a configurare nell'istituto introdotto dalla nuova legge un'azione di tipo indennitario, piuttosto che risarcitorio: si legge, infatti, di un "diritto ad un'equa riparazione" (art. 2, comma 1), di "riparazione" (agli artt. 1, comma 3, 3, comma 1, e 4), o di " indennizzi" (all'art. 3, comma 7). Quest'ultima disposizione, per di più, riconduce l'erogazione degli indennizzi "nei limiti delle risorse disponibili": ciò che, se appare comunque incongruo, sarebbe assurdo ove si trattasse di risarcimenti conseguenti all'accertamento di un illecito. Ed anche l'esplicito riferimento, quale criterio di valutazione del danno, all'art. 2056 c.c. (art. 1, comma 3) si giustifica solo ove si tratti di un'azione indennitaria, risultando altrimenti inutile, posto che l'art. 2056 già funge da norma generale in tutte le cause risarcitorie.

Se cosi fosse, la disposizione apparentemente contraddittoria (art. 2, comma 2) che impone di considerare, "nell'accertare la violazione", anche il "comportamento... del giudice del procedimento, nonché quello di ogni altra autorità", dovrebbe essere intesa non quale necessità di un propedeutico accertamento di responsabilità (ché la riparazione andrebbe disposta anche se nessuna specifica colpa venisse individuata a carico dei soggetti pubblici interessati al procedimento), ma solo quale obbligatorio ulteriore accertamento finalizzato agli eventuali esiti disciplinari e contabili di cui all'art. 5 (ed eventualmente influente sulla liquidazione dei danni).

In altri termini - e riassuntivamente - può forse sostenersi che il diritto alla riparazione non sia collegato ad un illecito, ma al "fatto" dell'eccessiva durata del processo (obbligazione ex lege, secondo l'art. 1173 c.c.), di modo che, quando un'eccessiva durata non sia comunque riscontrabile, anche l'eventuale accertamento di un riprovevole comportamento dei soggetti pubblici interessati al procedimento non valga a fondare il diritto. A nulla dunque rileverebbe, ai fini della legge in esame, l'eventuale colpevole dilatazione di una fase o grado, se, nonostante ciò, la complessiva durata dei processo non integri la violazione dell'art. 6 CEDU. Nel caso di specie: il

tempo trascorso dal ricorso introduttivo al finale soddisfacimento del diritto azionato - una volta detratto il periodo riferibile all'inerzia dello stesso ricorrente - non risulta irragionevole; e nulla conta che un'eventuale prassi, anche in ipotesi censurabile, abbia fatto durare troppo la fase esecutiva di per sé considerata.

In questa prospettiva il ricorso andrebbe perciò comunque respinto.

Si può però anche - nell'ambiguità del testo normativo e della relazione e nell'incertezza della provvisoria dottrina - intendere, invece, come nonna portante dell'istituto il richiamato art. 2, comma 2, che impone di prendere in esame le condotte processuali, ovvero, ancora, si può ricordare la previsione anche del danno non patrimoniale (art. 2, comma 3, lett. b), che è difficilmente conciliabile con il concetto d'indennizzo, con ciò dunque ricostruendo il ricorso introdotto dalla L. 89/2001 come azione francamente risarcitoria a rimedio di una figura di illecito novellamente tipizzata. Per tal via, dunque, il risarcimento sarebbe - necessariamente ma anche esclusivamente (non potendosi pensare ad una responsabilità risarcitoria oggettiva, che non ammetta nessuna prova contraria liberatoria) , collegato all'individuazione di un "comportamento" almeno colpevole del giudice del procedimento o delle altre autorità interessate, sicché basterebbe l'accertamento di un'ingiustificata e rilevante dilazione per dar luogo al ristoro del danno (anche se poi questo ristoro è, nel caso di specie, per legge limitato ad una riparazione "equa", come già avviene in specifici casi pur tuttavia risarcitori: si pensi all'illegittima ablazione di suoli per causa di pubblica utilità).

Ma anche con questa diversa impostazione ricostruttiva il presente ricorso risulterebbe infondato.

Qui, infatti, si dovrebbe rilevare come la legge circoscriva però espressamente, sotto il profilo soggettivo, i "comportamenti" rilevanti, cioè, in tesi, idonei a fondare il diritto in questa sede azionato: i comportamenti rilevanti sono - soltanto - quelli "del giudice del procedimento e di ogni altra autorità chiamata a concorrere o comunque a contribuire alla definizione del processo".

Ora, quanto al primo, è evidente nel caso di specie che nessun addebito possa muoversi al giudice dell'esecuzione: a fronte di una norma di legge, quale quella riferita del previgente art. 567, comma 2, c.p.c., che tassativamente (e non senza ragione) imponeva di allegare al ricorso per la vendita dell'immobile pignorato i certifica, ti delle iscrizioni e trascrizioni, quel Giudice non avrebbe certo potuto procedere alla vendita in assenza di idonee certificazioni, né, altrettanto certamente, avrebbe dovuto "sollecitare" la Conservatoria in favore del ri, corrente, non potendo l'autorità giudiziaria ordinaria dar disposizioni alla pubblica amministrazione (l'eccezionale e delimitato potere "inquisitorio" di cui all'art. 213 c.p.c. si colloca, dal canto suo, nel diverso campo dell'acquisizione delle prove, sicché il richiamo risulta qui inconferente). Ed anche infine ammesso -ma non concesso affatto - che, come sostiene il ricorrente, il G.E. avrebbe potuto, anzi dovuto, accettare, in sostituzione dei certificati mancanti, un'attestazione notarile ovvero incaricare un consulente d'ufficio di accertare trascrizioni ed iscrizioni (ma si poteva anche pensare al meccanismo dell'art. 745 C.P.C.), non può non ricordarsi che solo in data 24 febbraio 1998 Sbuelz ha depositato in causa la prima attestazione del notaio Mareschi (doc. 25) e che non ha mai neppur proposto le necessarie istanze per un intervento ex art. 745 c.p.c. ovvero per l'affidamento di un incarico peritale, soluzioni certo non imponibili d'ufficio.

Quanto poi alla responsabilità della Conservatoria di Verbania, alla quale primariamente, com'è ovvio, il ricorrente addebita il ritardo, deve dirsi che essa non rientra tra le "autorità" considerate dalla legge, non essendo un organo amministrativo chiamato a "concorrere o contribuire", né istituzionalmente né nel caso specifico, alla definizione del procedimento d'esecuzione. Le "autorità" indicate, con singolare terminologia, dalla legge non possono che essere, infatti, per un verso gli "ordinari" ausiliari del giudice, quali, nel settore civile, i cancellieri, segretari, commessi od ufficiali giudiziari, ovvero, per altro verso, gli enti o persone alle quali vengano affidati, dalla legge o dal giudice, specifici compiti "endoprocessuali" (ricompresa, ovviamente, nel processo anche la fase esecutiva), come i consulenti tecnici, i custodi, le amministrazioni di volta in volta investite ex 213 c.p.c. o gli uffici di Prefettura per l'esecuzione degli sfratti e cosi via. Le Conservatorie sono, dal canto loro, tenute al rilascio di certificazioni in favore della generalità

La I. n. 89/2001 (cd. legge Pinto) sull'equa riparazione dovuta per la durata irragionevole del processo è stata oggetto di alcuni recenti decreti giurisdizionali, emanati dalle Corti d'appello di Roma, l’Aquila e Milano.

Le pronunce - tutte relative a procedimenti di carattere civile - si segnalano per alcuni interessanti aspetti, sia di carattere pratico, sia di natura dogmatica.

I. La pronuncia romana, nel condannare il Ministero della Giustizia a versare al ricorrente una modesta somma (1 milione) a titolo di equa riparazione per i danni morali da questi subiti a causa della eccessiva durata (7 anni) di un processo per risarcimento da incidente stradale, si sofferma in particolare sui criteri di individuazione dei quantum dovuto.

a) In primo luogo, dopo aver ricordato che la riparazione deve essere riconosciuta per il solo periodo eccedente la durata ragionevole dell'iter giudiziario (art. 2, comma 3, 1. n. 89/2001), la Corte sottolinea che l'equa riparazione è subordinata all'esistenza di un danno effettivo: non sarebbe, in altri termini, sufficiente la mera de

 

dei cittadini per le più diverse esigenze: il fatto che, nel caso di specie, il certificato servisse a Sbuelz per corredare un ricorso in sede giudiziaria (allo stesso modo in cui un qualsiasi documento amministrativo può essere necessario per attestare il fondamento di una domanda o di un'eccezione) non vale a collocare la Conservatoria "all'interno" del procedimento, cioè a configurarla come organo interessato alla sua definizione.

E, d'altra parte - quest'ultimo argomento non è il meno rilevante - per i danni cagionati dalla Pubblica Ammini, strazione al privato, che faccia anche solo valere una posizione di interesse legittimo, è ormai riconosciuta, com'è noto, un'ordinaria azione risarcitoria: e la nuova legge non si propone certo di duplicare, con un nuovo rito, strumenti di tutela già esistenti nell'ordinamento, bensì di raggiungere nuovi "obiettivi" di tutela (si veda il par. 3 della già citata relazione). Dunque, l'inefficienza della Conservatoria non ha integrato un "ritardo processuale" significativo ai nostri fini. Ed escluso, allora, il tempo addebitabile ad essa, il procedimento tutto si è svolto, per il resto, con sufficiente solerzia.

Giacché, infine, come ha notato l'Avvocatura resistente, appaiono francamente irrilevanti gli ulteriori errori materiali o "piccoli disguidi" segnalati dal ricorrente: si può dire, anzi, che essi non abbiano avuto alcuna effettiva incidenza sulla durata del procedimento.

Il ricorso deve essere dunque respinto. La novità della controversia suggerisce tuttavia di compensare per intero tra le parti le spese del presente procedimento.

... Omissis...