OMICIDIO PREMEDITATO

OMICIDIO PREMEDITATO

La Cass. Pen. Sez. 1, con sentenza depositata il 13 maggio 1993, conformemente alla dottrina prevalente (Fernando Mantovani "Diritto Penale " 1988, pag. 317) si è pronunciata rilevando che la premeditazione presuppone due elementi: quello cronologico, costituito da un apprezzabile lasso di tempo tra l'insorgenza dei proposito criminoso e l'attuazione di questo, e quello ideologico, consistente nella ferma risoluzione criminosa perdurante nell'animo dell'agente senza soluzioni di continuità fino alla commissione dei crimine.

In tema di omicidio l'eventuale sussistenza dell'aggravante di cui all'art. 577 co. I n. 3 c.p. deve essere concretamente desunta dal giudice di merito con riferimento alla causale dei fatto, alla preordinazione dei mezzi per porre in essere il delitto, alla ricerca dell'occasione più favorevole per realizzarla e alle modalità della sua esecuzione, pertanto la premeditazione deve essere desunta da fatti anteriori il delitto dotati di sicuro valore sintomatico.

Compatibile con la premeditazione è l'occasionalità dei momento di consumazione tutte le volte che l'esecuzione si presenti come momento di realizzazione di un crimine da tempo ideato e preparato con fredda ed ininterrotta determinazione, eventualmente desumibile anche dalla causale di esso (in tal senso anche Sez. 1, 1 febbraio 1989 n. 546; Cass. 16 febbraio 1988; Cass. 5 ottobre 1985; in senso inverso Cass. 5 dicembre 1985).

Al contrario la sola preordinazione di un agguato che concerne le modalità di esecuzione dei disegno criminoso non è da sola sufficiente alla configurazione della premeditazione, qualora risulti che sia stata deliberata poco prima della sua attuazione e non in un tempo apprezzabilmente anteriore con la ferma persistenza del proposito.

Rimane da verificare se la succitata aggravante sia compatibile con il vizio parziale di mente, in altri termini se essa possa ravvisarsi in colui che è ritenuto semi-infermo ai sensi dell'art. 89 c.p.

Escludono la compatibilità il Manzini (Trattato v. Il n. 333 pag. 134) il De Marsico, il Vannini e l'Altavilla, l'ammette invece il Maggiore (Dir. Pen. v. Il pag. 745).

Vale la pena di fare un breve cenno sulla tesi dei l'incompatibilità. A titolo esemplificativo riporto quanto sostenuto da Vannini nel testo Il delitto di omicidio" cit. pag. 77 - 78 ove l'autore fermamente sostiene che l'imputabilità e la colpevolezza sono concetti assolutamente inscindibili che non godono di una loro autonomia ma si richiamano costantemente. Lo stesso ritiene infondata l'asserzione secondo la quale la premeditazione non può rispecchiare il carattere, la personalità e la maggiore pericolosità dei reo. ... ) Ma la pericolosità non c'entra, dato che il delitto è già stato commesso e che quindi si tratta di criminosità. Che la premeditazione poi non possa rispecchiare il carattere e la personalità dei semi-infermo di mente è evidentemente asserzione gratuita ed ingiustificata. Non è inoltre fondata l'osservazione che il dolo nulla abbia a che fare con la semi infermità che attiene all'imputato e non alla colpevolezza. Imputabilità e colpevolezza sono termini indivisibili che nessuna sottigliezza riuscirà mai a scindere, dato che non v'è colpevolezza senza imputabilità e che la colpevolezza si giudica dall'imputabilità. Se anche si potesse ammettere l'assurdo, che la semi infermità nulla ha da fare coi dolo, rimarrebbe il fatto che la premeditazione che riguarda la maggiore intensità dei dolo è inammissibile in chi è meno imputabile per infermità parziale di mente".

La giurisprudenza della Cassazione in passato ha sostenuto la tesi dei l'incompatibilità; successivamente si è schierata per la tesi della c.d. "compatibilità in astratto". Cioè vi è di fatto un'inversione di pensiero conseguente alla raggiunta convinzione che la

premeditazione ed il vizio parziale di mente operano su due piani completamente differentì: il primo riguarda il piano dei dolo mentre il vizio parziale quello della imputabilità, due concetti ontologicamente diversi (Cass. Pen. Sez. 16 dicembre 1993, Passaro, Cass. Pen. Sez. 1 3 ottobre 1997 n. 8972, Pirozzi). Tuttavia, dopo una generica affermazione dei principio, la Corte Suprema evidenzia che in concreto possono esistere dei casi in cui viene necessariamente meno la succitata compatibilità e più specificatamente quando "il proposito criminoso coincide con un'idea fissa ossessiva, facente parte dei quadro sintomatologico di quella determinata infermità" (Cass. Pen. Sez. 1, 25.1.1994) quando dunque "sì riscontri in concreto identità tra la premeffitazione e l'essenza dell'infermità di mente, poiché, in questo caso, non si realizza quel conflitto interiore tra spinte e controspinte che costituisce il fondamento dell'aggravante" (Cass. Pen., Sez. 1, 4 dicembre 1987).

In conclusione il vizio parziale di mente esclude la premeditazione qualora il Giudice in seguito alla dìsamina ed alla valutazione critica della perizia psichiatrica esperita nei confronti dei soggetto imputato e dì tutti gli elementi in suo possesso, accerti che la diminuita capacità di intendere e volere dell'agente ha decisamente influito sul modo di essere dei suo atteggiamento psicologico sotto il profilo della consapevole e voluta persistenza nel tempo della volontà criminosa e della sua capacità di comprendere il significato dei propri attì e di superare attraverso la revisione critica e la riflessione le spinte crìminogene e che di identificano con i caratteri e l'essenza dell'infermità, debitamente accertati (Cass. Pen. Sez. 1 13 novembre 1991).

Dott.ssa Chiara Villa