IL RISARCIMENTO DEL DANNO BIOLOGICO E MORALE IURE HEREDITARIO

I CRITERI DI LIQUIDAZIONE (CON PARTICOLARE RIFERIMENTO AL TRIBUNALE DI BERGAMO )

1. PREMESSA

Lo scopo del presente lavoro è quello di individuare i criteri seguiti per la liquidazione del danno da morte dalla giurisprudenza di merito (che, non dimentichiamolo, è quella che si occupa anche delle cifre, oltre che dei principi di diritto) e, soprattutto, dal Tribunale di Bergamo.

Occorre menzionare, poi, un’ulteriore questione strettamente legata a quella del danno biologico, ma spesso trascurata: la risarcibilità del danno morale iure hereditario. Anche in tale caso si vedrà come e se ciò possa essere riconosciuto a titolo di successione.

2. Risarcibilità del danno biologico "iure HEREDITARIO"

In questa sede, seppur brevemente e sinteticamente, è necessario esaminare gli orientamenti dottrinali e giurisprudenziali in relazione all’ammissibilità del risarcmento del danno biologico iure hereditatis, e precisamente:

a) "teoria negativa": la posizione più risalente nel tempo è quella di chi ha negato la possibilità di un risarcimento iure successionis, dal momento che il danno in esame viene definito biologico perché incidendo esso sulla vita, intesa come salute, amenità e gioia di vivere, riguarda la prosecuzione futura della vita stessa; pertanto non è possibile riconoscere il risarcimento nel caso in cui sopraggiunga la morte, poiché questa impedisce che la lesione si rifletta in una perdita futura a carico della persona offesa. Necessitando il danno biologico di una proiezione futura e di una durata della vita, questo non è configurabile nel caso di decesso del soggetto leso;

b) "teoria affermativa", per la quale, la lesione di un diritto personale e non trasmissibile, va distinta dal diritto di credito per la lesione subita, avente natura patrimoniale e, pertanto, trasmissibile per successione. I sostenitori di tale teoria adducono principalmente due motivi: 1) essendo risarcibile il danno alla salute, è impensabile non risarcire la morte, che è la massima manifestazione del danno alla salute; 2) se si escludesse il risarcimento nel caso di morte, si giungerebbe al paradosso per cui sarebbe più conveniente uccidere una persona, piuttosto che cagionarle delle lesioni;

c) "teoria compromissoria", che costituisce una via di mezzo tra negazione assoluta ed incondizionata ammissibilità, e la cui rilevanza è evidenziata dal fatto che essa rappresenta l’orientamento accolto dalla più recente giurisprudenza di legittimità. Secondo questa teoria, l’attenzione va spostata su quell’intervallo di tempo ricompreso tra l’evento lesivo e la morte: in questo lasso si opera una lesione della salute e quindi viene in essere il danno biologico. Dunque la risarcibilità di tale danno presuppone che la vittima resti in vita per un periodo di tempo apprezzabile, perché solo nell’arco temporale tra la lesione e la morte, l’infortunato subisce un’effettiva compromissione del diritto alla salute ed il relativo diritto di risarcimento si trasferisce agli eredi.

Pertanto, il danno biologico, in caso di morte, è solo quello maturato dalla vittima tra il momento del fatto ed il decesso: una morte istantanea o quasi immediata, infatti, non permetterebbe al soggetto leso di percepire la gravità della lesione ed il conseguente patimento derivante dalla menomazione psico-fisica.

Questa teoria è stata accolta e sviluppata dall’ormai nota sentenza della Corte Costituzionale n. 372/94, che ha riconosciuto la risarcibilità del danno subito da chi, in conseguenza delle lesioni patite, sia deceduto dopo un apprezzabile lasso di tempo.

Tale orientamento è stato ormai recepito sia dalla Suprema Corte, sia dalla prevalente giurisprudenza di merito.

3. IL DANNO BIOLOGICO COME DANNO ALLA SALUTE

Prima di approfondire l’esame della giurisprudenza di merito, nonché dei criteri di liquidazione, è necessario fare chiarezza su di un punto che spesso è stato travisato e trascurato, soprattutto dai sostenitori della teoria affermativa: la distinzione tra danno alla vita e danno alla salute, posta invece nella giusta evidenza dalla succitata sentenza della Corte Costituzionale. Secondo i fautori della teoria affermativa il decesso del soggetto leso deve essere necessariamente risarcito, poiché la morte rappresenta il culmine del danno alla salute.

La maggior parte delle sentenze della Cassazione pronunciate in proposito sono, tuttavia, di diverso avviso: particolarmente illuminante è la motivazione della sentenza n. 8970/98, secondo la quale "[...] la morte non costituisce la massima lesione possibile del diritto alla salute, ma incide sul diverso bene giuridico della vita, la cui perdita, per il definitivo venir meno del soggetto, non può tradursi nel contestuale acquisto al patrimonio della vittima di un diritto al risarcimento, trasferibile agli eredi, non rilevando al contrario la mancanza di tutela privatistica del diritto alla vita (peraltro protetto con lo strumento della sanzione penale), attesa la funzione non sanzionatoria, ma di reintegrazione e riparazione di effettivi pregiudizi svolta dal risarcimento, e la conseguente impossibilità che, con riguardo alla lesione di un bene intrinsecamente connesso alla persona del suo titolare e da questi fruibile solo in natura, esso operi quando tale persona abbia cessato di esistere".

Ancora, la sentenza n. 1074/97 ribadisce che "[...] diverso dal diritto alla salute è il diritto alla vita. La distinzione tra vita e salute e, conseguentemente, tra diritto alla vita e diritto alla salute, non appare invero contestabile, ed è stata del resto autorevolmente ribadita dalla Corte Costituzionale con la sentenza n. 372/94, sul rilievo che sebbene connesse, la seconda essendo una qualità della prima, vita e salute sono beni giuridici diversi, oggetto di diritti distinti, sicché la lesione dell’integrità fisica con esito letale non può considerarsi una semplice sottoipotesi di lesione alla salute in senso proprio".

Pertanto, il fatto della morte (danno alla vita) non integra di per sé prova dell’esistenza del danno biologico, occorrendo a tal fine la prova del danno alla salute patito in seguito alla lesione.

4. LA CASSAZIONE ED IL RISARCIMENTO DEL DANNO BIOLOGICO IURE SUCCESSIONIS

Come già sopra esposto, la giurisprudenza della Suprema Corte ha accolto decisamente l’orientamento cd. compromissorio. Numerose sono infatti le pronunce in tal senso: Cass. Civ. 14 marzo 1996, n. 2117, Sez. III; Cass. Civ. 29 ottobre 1996, Sez. III; Cass. Civ. 25 febbraio 1997, n. 1704, Sez. III; Cass. Civ. 24 aprile 1997, n. 3592, Sez. III; Cass. Civ. 26 settembre 1997, n. 9470, Sez. III; Cass. Civ. 10 settembre 1998, n. 8970, Sez. III, per citare solo le più recenti.

Tutte queste decisioni, dunque, riconoscono la risarcibilità per successione del danno biologico patito dal de cuius solo qualora il decesso conseguente alle lesioni riportate non sia immediato, ma decorra invece un lasso di tempo che possa venire giudicato apprezzabile, tale cioè da rendere concreta una perdita di utilità che si rifletta nella sfera patrimoniale del danneggiato.

E proprio ai principi di tale teoria si richiama il criterio di liquidazione del risarcimento indicato dalla Cassazione. La Suprema Corte, infatti, ha espressamente stabilito che il risarcimento del danno patito dal de cuius deve essere commisurato al periodo di tempo in cui costui ha potuto percepire le conseguenze della propria menomazione: da qui la necessità che lo spatium temporis sia congruo. Infatti, un risarcimento determinato su tale metro valutativo, se concesso anche nel caso di morte quasi istantanea, sarebbe talmente modesto da non giustificare neppure le spese del procedimento.

D’altronde, la Cassazione stessa, pur senza fornire i parametri precisi per la liquidazione, nella sentenza n. 2450 del 2 marzo 1995, ha statuito che "la menomazione non reversibile dell’integrazione psico-fisica della persona [...] presuppone che la persona stessa sopravviva almeno temporaneamente al fatto lesivo e, presentandosi con i connotati del danno permanente, va risarcita con le corrispondenti tecniche di valutazione probabilistica. Tuttavia, nel caso in cui al momento della liquidazione la persona offesa sia deceduta, alla valutazione probabilistica va sostituita quella del concreto danno effettivamente prodottosi e richiesto dagli eredi ‘iure successionis’, cosicché la morte della persona, sopravvenuta prima della liquidazione del risarcimento, rende misurabile e rapportabile alla durata della vita successiva alla menomazione l’incidenza negativa da questa arrecata all’esplicazione dell’attività"( il corsivo è nostro).

Altre sentenze della Suprema Corte convalidano questo orientamento; ad es.: Cass. 28 novembre 1995, n. 12299, riconosce ai congiunti, iure hereditatis, il diritto al risarcimento del danno biologico sofferto dal proprio dante causa limitatamente ai danni verificatisi tra il momento dell’illecito e quello del decesso.

E’ bene notare, infine, che la Cassazione ha affermato, senza dilungarsi oltre, che il giudizio circa l’apprezzabilità del lasso di tempo in cui matura il danno biologico è demandato alla discrezionalità del giudice di merito.

5. IL RISARCIMENTO IURE SUCCESSIONIS E LA GIURISPRUDENZA DI MERITO

Anche la giurisprudenza di merito ha generalmente seguito la teoria cd. compromissoria del risarcimento iure successionis del danno biologico, salvo alcune eccezioni di cui si dirà infra.

In linea di massima, operando un confronto tra le sentenze dei tribunali, si può affermare che uno spazio temporale di due giorni non è ritenuto sufficiente, o meglio "apprezzabile", mentre è stato giudicato tale un intervallo di sette giorni.

Tuttavia, alcuni tribunali hanno fornito una loro rielaborazione di detta teoria, che spesso ha inciso proprio sull’interpretazione della necessità di un adeguato lasso temporale intercorrente tra le lesioni e la morte del danneggiato.

Così la sentenza n. 570/97 del Tribunale di Massa Carrara, che riconosce la risarcibilità iure hereditatis del danno biologico nel caso di morte quasi istantanea del soggetto leso, poiché in tale occasione si è affermato che non si può mai parlare di morte istantanea, in quanto ciò equivarrebbe ad una coincidenza di causa ed effetto, che sarebbe paradossale. Pertanto uno spazio temporale, per quanto infinitesimale, sarebbe sempre presente, consentendo così il risarcimento.

Meritevole di menzione è anche la pronuncia del Tribunale di Firenze del 26.1.1996, secondo cui "...in caso di lesioni mortali, alle quali abbia fatto seguito una morte non istantanea, è risarcibile, e trasmissibile iure successionis, il danno alla salute patito dalla vittima nell’arco di tempo intercorrente tra le lesioni e la morte, a condizione che l’intervallo temporale fra lesioni e decesso sia apprezzabile: tale requisito si manifesta non tanto alla stregua di una dimensione quantitativa (meramente temporale), quanto piuttosto qualitativa (idoneità al giudizio sulla perdita delle qualità personali)"( il corsivo è nostro).

Specifica poi il Tribunale che "ove questo significativo iato fra lesione e morte sia provato, non pare che la durata maggiore o minore dell’intervallo possa assumere rilievo pregnante sia nel senso dell’esistenza o meno del diritto [al risarcimento], sia in quello della sua consistenza. [...] Deve escludersi che possa assumere rilevanza (sia sotto il profilo dell’an che del quantum debeatur) il trascorrere di un intervallo temporale fra lesione e morte superiore a quello strettamente necessario alla configurazione del solo evento costituito dalla lesione del diritto alla salute. In particolare deve escludersi che sia necessario, affinché si determini la lesione del diritto alla salute, una durata dello stato di malattia tale da consentire il concreto esplicarsi delle conseguenze della menomazione sulla futura qualità della vita del leso"( il corsivo è nostro).

Come però è già stato fatto notare, non è per niente chiaro come un criterio puramente qualitativo, come quello appena enunciato, possa praticamente operare senza alcuna valutazione compiuta sul piano quantitativo.

La decisione del Tribunale di Firenze, dunque, pur se riccamente motivata e suggestiva in certi passaggi argomentativi, non è affatto convincente: l’orientamento adottato, infatti, nonostante gli intenti dichiarati, prescinde totalmente dagli effetti prodotti dal danno nel periodo di tempo intermedio tra lesioni e morte, esprimendo invece la volontà di risarcire il danno alla vita, cioè un bene che non è suscettibile di stima patrimoniale e che, per le ragioni già esposte, non può essere soddisfatto con i normali mezzi risarcitori.

Venendo al più concreto problema del criterio di liquidazione da adottare una volta riconosciuto il risarcimento iure hereditatis, si nota come esso sia condizionato dall’interpretazione del principio dell’apprezzabile lasso di tempo fornita dai giudici di merito.

Si è visto nel paragrafo precedente che la Cassazione ha indicato chiaramente il criterio da seguire che, tuttavia, non sempre è condiviso , e non sempre -anche quando condiviso- è applicato correttamente dai giudici di merito.

Attualmente nelle corti si rinvengono fondamentalmente due metodi di liquidazione ben diversi tra loro, vale a dire:

a) una quantificazione operata sulla base delle consuete tabelle fondate sulla probabile durata della vita futura del deceduto. Il danno viene cioè liquidato, sulla base del metodo del punto flessibile, come se la persona lesa fosse ancora in vita ed avesse riportato una invalidità totale permanente pari al 100%, con un abbattimento della somma da risarcire relativo all’età del danneggiato al momento del sinistro;

b) un calcolo eseguito con esclusiva considerazione del dato storico dell’effettiva durata della vita dopo le lesioni, utilizzando il criterio di risarcimento previsto per l’inabilità temporanea totale o, in alternativa, quello del danno calcolato secondo il metodo tabellare del punto flessibile, la cui somma così ottenuta va però commisurata al periodo di tempo in cui il leso è sopravvissuto, dividendola per il numero di anni di probabile vita futura del danneggiato e moltiplicandone il risultato per i giorni intercorsi tra il fatto (lesioni) e l’evento (morte).

Già il Tribunale di Bergamo, con la sentenza n. 513/97, aveva considerato entrambe le soluzioni, senza però prendere posizione in merito, non ritenendo di riconoscere nel caso concreto il risarcimento iure hereditatis, stante la mancanza dell’apprezzabile lasso di tempo (2 giorni).

La scelta di un criterio piuttosto che l’altro non è indifferente, poiché il risarcimento nel primo caso sarà molto più consistente rispetto a quello che potrebbe essere liquidato nel secondo. Come si può osservare, infatti, il Tribunale di Firenze, nella sentenza summenzionata, ricorrendo al criterio sub a) e ritenendo di dover applicare il criterio equitativo del valore medio del punto d’invalidità, ha assegnato il valore di L. 1.300.000 ad una riduzione permanente dell’integrità psico-fisica pari all’1%, integrandolo con graduali aumenti fino a giungere al valore di L. 8.400.000 al punto per una riduzione dell’integrità pari al 100%. Nel caso concreto, poiché le lesioni avevano portato il soggetto (dell’età di 56 anni) al decesso, i giudici hanno ritenuta equa la somma di L. 840.000.000, abbattuta del 36% in considerazione dell’età del danneggiato al momento dell’evento.

Altri giudici di merito, invece, si sono espressi in senso conforme all’orientamento della Cassazione, applicando il secondo dei metodi sopra indicati: si veda, ad esempio, Trib. Brescia, sent. del 20 gennaio 1996, n. 134, per cui, nel caso del soggetto leso deceduto nelle more del giudizio per cause dipendenti dalle lesioni riportate, il risarcimento domandato iure hereditatis potrà essere liquidato solo per il danno concretamente subito dal deceduto dalla data dell’evento alla data della morte. Sulla base di tale disposizione, detto Tribunale ha così provveduto: "[...] il danno biologico per invalidità permanente dev’essere liquidato ai restanti 1260 gg. di vita del de cuius. All’epoca il danneggiato aveva 18 anni e sulla scorta di una valutazione di L. 3.000.000 per punto ove fosse ancora in vita gli sarebbero spettate L. 37.100.000. Pare pertanto ragionevole dividere la somma prima indicata per il numero di anni di probabile vita attiva (cioè quella maggiormente colpita dal pregiudizio biologico subito) del de cuius e successivamente moltiplicare la somma stessa per la durata effettiva della sua esistenza. A parere del Collegio il danneggiato avrebbe potuto ragionevolmente percepire in pieno gli effetti del danno biologico per altri 30 anni. Ne consegue che agli intervenuti, a tale titolo, spetteranno L. 4.238.100".

Il criterio sub b) è stato adottato anche dal Tribunale di Pisa che, con sentenza del 13 maggio 1998, ha stabilito che "[...] i danni patrimoniali, che si sarebbero dovuti rifondere al danneggiato, sono costituiti dal suo danno alla salute, sostanziatosi in 41 giorni di totale inabilità, e che, con riferimento all’epoca, viene liquidato in L. 1.600.000".

Questo appare l’orientamento più corretto e conforme alle indicazioni della Suprema Corte: il danno va risarcito per le conseguenze che ha prodotto durante la vita del leso. La liquidazione effettuata secondo il criterio di cui al punto a) tende piuttosto a risarcire non già il pregiudizio alla salute, bensì quello alla vita, con i limiti e gli errori derivanti dalla confusione tra i due beni, ben distinti concettualmente, sopra evidenziati.

6. LA GIURISPRUDENZA DEL TRIBUNALE DI BERGAMO

Al fine di poter fornire a tutti gli interessati, anche per evidenti ragioni pratiche, l’orientamento dei nostri giudici in materia, è stata svolta una ricerca minuziosa fra tutte le sentenze emanate dal Tribunale di Bergamo negli anni 1996, ‘97 e ‘98. Purtroppo i risultati finali sono stati inferiori alle aspettative: a fronte, infatti, di circa 4.000 decisioni esaminate, le sentenze che si sono occupate espressamente dell’ argomento sono state solo otto, e precisamente, in ordine cronologico:

Sent. n. 1494/96 dell’11.10 / 21.12.1996 (Pres. dott. Alfani, Rel. dott. Nobili, dott. Mocci - Eredi Corsi [avv. Di Cintio] c. Ghidoni e Generali Ass.ni [avv. Simonetti]);

Sent. n. 513/97 del 13.2 / 28.4.1997 (Pres. dott. Alfani, Rel. dott. Ambrosoli, dott. Mocci - Eredi Bartoli [avv. G. Gamba] c. Carlini e Assitalia Ass.ni [avv. A. Mazzoleni]);

Sent. n. 729/97 del 20.2 / 10.6.1997 (Pres. dott. Galizzi, Rel. dott.ssa Pipponzi, dott.ssa Carosella - Eredi Galimberti [avv. Bontempelli] c. Tomaso e Assitalia Ass.ni [avv. A. Mazzoleni]);

Sent. n. 759/97 del 5.12.1996 / 17.6.1997 (Pres. dott. Galizzi, Rel. dott.ssa Pipponzi, dott.ssa Carosella Eredi Amati [avv. P. Mazzariol] c. Baronchelli [avv. M. Asdrubali] e Veneta Ass.ni [avv. M. Spinetti]);

Sent. 1074/97 del 26.6 / 3.9.1997 (Pres. dott. Pagliuca, Rel. dott. Marongiu, dott.ssa Bianchi - Eredi Caccia [Avv. Riva] c. Brembilla [Avv. Puleri] e Concordia Ass. [Avv. Piombi]);

Sent. n. 263/98 del 29.1 / 17.3.1998 (Pres. dott. Bitto, Rel. dott. Mocci, dott.ssa D’Urbino - Savoldelli [avv. Mazzola] c. S.p.A. Cidas Ass.ni e c. DeBello e DeSimone [avv.ti Riva]);

Sent. n. 1116/98 del 24.9 / 30.9.1998 (Pres. dott. Bitto, Rel. dott.ssa Geraci, dott. Mocci - Eredi Ravasio [avv. De Lucia] c. Phenix Soleil e Ruffinoni [avv. Alemani] );

Sent. n. 1338/98 del 29.10 / 21.11.1998 (Pres. dott. Mocci, Rel. dott.ssa Caprino, dott.ssa Geraci - Vavassori e Malanchini [avv. Chiaromonte] c. Sordelli e Reale Mutua di Assicurazioni [avv. Milesi Cacciamali]).

Dall’esame di tali pronunce risulta che l’orientamento prevalente del nostro Tribunale è conforme a quello della Cassazione, accogliendo la teoria compromissoria.

Passando ad esaminare le singole decisioni, si precisa che tutti i corsivi sono stati inseriti da chi scrive.

Nella sent. n. 1494/96 il collegio, a fronte della onnicomprensiva richiesta di parte attrice del risarcimento del danno biologico, ha effettuato una distinzione tra il danno "eventualmente spettante iure proprio e quello eventualmente spettante iure hereditatis". Riguardo al primo aspetto, i Giudici hanno stabilito che "anche il danno biologico subito iure proprio dai congiunti dev’essere ammesso al risarcimento quale momento terminale di un processo patologico originato dal medesimo turbamento dell’equilibrio psichico che sostanzia il danno morale soggettivo purché esso [...] non si esaurisca in una situazione transeunte di dolore o di angoscia, ma determini un trauma fisico o psichico permanente con dirette ed apprezzabili conseguenza sul piano della perdita di qualità personali".

Riguardo invece al secondo elemento della distinzione, il Tribunale ha riconosciuto in astratto la risarcibilità del danno biologico iure hereditario, argomentando dalla sentenza della Corte Cost. n. 372/94 "che solo apparentemente nega la possibilità di tale risarcimento, essendo stata portata alla sua attenzione solo l’ipotesi di morte immediatamente conseguente all’evento lesivo."; ha, poi, fatto riferimento alla giurisprudenza di legittimità, sopra citata, precisando che "non basta che il leso sia sopravvissuto all’evento lesivo, ma occorre che egli abbia vissuto in una situazione di menomazione della pregressa integrità psico-somatica, [...] e che sia vissuto quel tanto da consentire alla menomazione medesima di acquistare autonoma esistenza; in questo senso l’intervallo fra lesione e morte diviene apprezzabile. Nel caso di specie applicando i principi sopra esposti ritiene il Collegio di non potere individuare un danno biologico iure hereditatis, giacché la morte è sopraggiunta a due giorni dall’incidente e dunque il relativo diritto, economicamente non apprezzabile, non è mai entrato a far parte del patrimonio del de cuius o comunque il danno stesso, nel periodo decorrente dal momento della lesione alla morte, appare del tutto trascurabile"

Si colloca sulla stessa linea la sent. n. 513/97. Sulla richiesta di ristoro di tutti i danni subiti in conseguenza della morte del congiunto dante causa, il Tribunale si è così espresso: " quanto alla domanda di risarcimento del danno biologico sofferto da P.B. - nel periodo di tempo intercorso tra l’incidente e la morte - a causa delle lesioni subite - il collegio condivide l’orientamento della giurisprudenza di merito e di legittimità che riconosce la trasmissibilità agli eredi del danno biologico [...]. Il riconoscimento del diritto al risarcimento del danno biologico iure hereditario presuppone peraltro necessariamente che tra l’incidente e la morte intervenga un apprezzabile lasso di tempo, che nel caso di specie il collegio ritiene non ravvisabile, essendosi la morte del giovane verificata a distanza di due giorni dal fatto, e non ritenendosi quindi configurabile un autonomo danno alla salute ulteriore e distinto rispetto all’evento morte".

Tale sentenza però, pur esimendosi dal darvi risposta, si pone la domanda "se la quantificazione del danno debba essere operata in base alle consuete tabelle fondate sulla probabile durata della vita futura, oppure se debba prevalere il dato storico dell’effettiva durata di essa, cui commisurare l’entità del danno".

Conformi alle decisioni appena esaminate anche le sentenze n. 1074/97 ("Escluse quindi altre connotazioni risarcitorie, ivi compresa quella sul c.d. danno biologico da morte non ravvisandosi l’ipotesi della trasmissibilità agli eredi come configurata dalla recente giurisprudenza della S.C., tenuto conto della repentinità del decesso intervenuto poche ore dopo il sinistro e non già dopo un apprezzabile lasso di tempo [...]"), n. 263/98 ("In ordine al risarcimento dei danni pretesi iure hereditatis, giova osservare che, nell’ipotesi di morte pressoché immediata - come nella fattispecie - gli eredi non acquistano alcun diritto al risarcimento del danno biologico sofferto dal proprio dante causa: sia perché la morte determina l’assoluta incapacità, da parte del defunto, a disporre di ogni diritto, sia perché la liquidazione del danno biologico - essendo correlata al pregiudizio alla salute - ha per presupposto che sussista comunque una salute residua, cioè che il danneggiato permanga in vita") e n. 1116/98 (che riprende parola per parola la motivazione della precedente sentenza e qui appena riprodotta).

Di contrario avviso, invece, sono due sentenze, la n. 729/97 e la n. 759/97, pronunciate dallo stesso collegio giudicante, che si sono poste decisamente in controtendenza rispetto ai precedenti del medesimo Tribunale. La prima ha deciso una causa promossa dai congiunti di un minore che, mentre rincasava a bordo della sua bicicletta, era stato travolto da tergo da un’autovettura che procedeva ad elevata velocità, riportando lesioni mortali. Nelle proprie conclusioni gli attori avevano precisato la richiesta del risarcimento del danno biologico da morte ma, su tale punto, i giudici hanno affermato lapidariamente e senza alcun’altra motivazione che "[...] il Collegio non aderisce a quell’indirizzo giurisprudenziale secondo il quale la morte del soggetto rende concreto un danno biologico trasmissibile agli eredi". Detto questo, i giudici hanno provveduto a liquidare unicamente i danni morali e patrimoniali domandati "iure proprio" dagli attori, null’altro disponendo.

Nella sent. n. 759/97, invece, i Giudici hanno argomentato così la propria decisione: "[...] nonostante l’ampio dibattito giurisprudenziale e dottrinale svoltosi sull’argomento, si può sicuramente affermare che le più significative e recenti pronunce della Corte Costituzionale e della Suprema Corte hanno ricondotto il danno biologico nell’alveo o del danno patrimoniale o del danno morale respingendo la nota tesi, di elaborazione giurisprudenziale, di un tertium genus cui ricondurre il danno biologico (rectius alla salute). Ne consegue che la domanda svolta in atto di citazione, seppur genericamente formulata, ben poteva essere intesa quale richiesta di risarcimento dei danni subiti anche a titolo di danno biologico dai congiunti dell’A. Tuttavia questo Collegio nel precisare di non aderire a quella corrente giurisprudenziale la quale - sul presupposto che la morte rende concreto un danno biologico nel soggetto come tale trasmissibile agli eredi - riconosce ai congiunti del deceduto il risarcimento del danno biologico jure successionis, deve sottolineare che reputa risarcibili, ove adeguatamente provati, i danni alla salute eventualmente subiti dagli stretti congiunti a causa del decesso."

Dalla lettura di queste ultime due pronunce, benché il dato temporale non sia stato specificato, si può facilmente intuire che la morte è stata conseguenza pressoché immediata del sinistro; dal momento che la giurisprudenza del Tribunale di Bergamo è conforme all’orientamento che richiede un apprezzabile lasso di tempo, quale condizione necessaria per la risarcibilità del danno per successione, nessun altro collegio, nel caso in oggetto, avrebbe riconosciuto e liquidato in favore degli eredi un danno iure successionis. Ma in linea di principio, i giudici hanno espresso un’opinione che si distingue nettamente dall’orientamento della giurisprudenza di legittimità poiché, senza peraltro motivare tale fondamentale punto della loro decisione, hanno escluso la risarcibilità del danno biologico per successione.

Va segnalato che il collegio che ha pronunciato tali sentenze non esiste più, essendo rimasto il solo Pres. Galizzi, e che le decisioni più recenti sono di segno contrario.

Significativa ai fini del presente lavoro è la sentenza n. 1338/98, ultima in ordine cronologico e unica che abbia operato la liquidazione del danno biologico iure hereditario. Tale sentenza, contro cui attualmente pende ricorso in appello, accoglie i principi della teoria compromissoria ma, in sede di liquidazione, riconosce un risarcimento calcolato sulla base delle tabelle di Milano, non commisurandolo però alla durata della vita del danneggiato protrattasi per il periodo intercorrente tra le lesioni ed il decesso. La pronuncia del Tribunale non ha peraltro dato alcuna motivazione in merito alla scelta di tale criterio di liquidazione.

Nella decisione, infatti, si legge che "[...] proprio perché si tratta di diritti ereditari va subito detto che il danno biologico, come quello morale, era entrato a far parte del patrimonio del V. stante il tempo apprezzabile intercorso tra il sinistro ed il suo decesso, che è stato di sette giorni. Questo giudice condivide la tesi ormai maggioritaria secondo cui il danno biologico entra a far parte del patrimonio di ogni individuo ogni qual volta il decesso non avvenga immediatamente nel sinistro stesso. Il danno biologico riconosciuto al V. è, in base alle tabelle di Milano - recepite da questo Tribunale - del cd. "punto flessibile", pari a L. 973.500.000 calcolato in moneta attuale e correlato all’età dello sfortunato conducente all’epoca del sinistro (24 anni)".

Dunque i giudici, com’è chiaro, hanno liquidato il danno come se il soggetto fosse ancora in vita ed avesse riportato un’invalidità permanente del 100%, moltiplicando il valore del punto calcolato sulla base del massimo grado d’invalidità (11.000.000) per 100 ed applicando al risultato il coefficiente moltiplicativo relativo all’età del deceduto (24 anni = 0.885).

Tale sentenza si presta a molteplici rilievi: in primo luogo, come già sopra rilevato, difetta totalmente della benché minima motivazione sull’adozione di tale criterio di liquidazione. Infatti, dal momento che dalle pronunce della Cassazione pare indubbio che il risarcimento vada commisurato all’apprezzabile lasso di tempo intercorrente tra lesioni e morte, non si comprende il motivo per cui il Tribunale di Bergamo, che pure afferma di condividere tale orientamento, se ne sia discostato in sede di applicazione, senza neppure esporre le ragioni della propria scelta. Tanto più se si considera che il Tribunale non può richiamarsi ad altre proprie precedenti pronunce non esistendo , come riferito, altre decisioni che hanno effettuato la liquidazione del danno.

In secondo luogo, si rileva che, nella liquidazione concreta del danno, i giudici si sono attenuti al criterio già utilizzato dal Tribunale di Firenze. Ma, mentre la corte toscana ha cercato di giustificare una tale scelta, ridimensionando concettualmente la portata del principio dell’apprezzabile lasso di tempo e dando così una parvenza di plausibilità al proprio criterio, il Tribunale di Bergamo non ha fatto nulla di tutto ciò: dopo aver dichiarato di accettare l’orientamento giurisprudenziale prevalente (quello compromissorio), ha quantificato il danno in modo affatto diverso da quello indicato dalla giurisprudenza della Cassazione che, come sopra si è visto, tale orientamento ha pienamente recepito. Appare pertanto evidente che la contraddizione in cui sono incorsi i giudici bergamaschi non consente di condividere la soluzione da loro proposta.

7. IL DANNO MORALE "IURE HEREDITARIO"

Tutto ciò che si è detto finora vale per il danno biologico iure hereditario

Si rende quindi necessario affrontare l’altrettanto dibattuta questione della trasmissibilità per successione del danno morale.

Tale punto, più trascurato rispetto a quello precedente, è stato affrontato dalla Suprema Corte nel ricorso Puglisi c. Sanremo Soc. in LCA. In questo caso, la Corte d’Appello di Napoli aveva dichiarato che la richiesta contemporanea tanto del danno morale iure successionis, quanto di quello iure proprio, costituiva un’indebita duplicazione del risarcimento. Tuttavia, la Cassazione ha respinto tale conclusione, sostenendo la diversità dei due danni, nonché dei titoli posti a fondamento delle pretese. Infatti, la Corte nota che, mentre il danno morale iure proprio è quello subito per il patimento derivante dalla perdita di un congiunto, il danno morale iure successionis si riferisce al turbamento subito dal soggetto offeso a causa delle lesioni. Nella prima ipotesi, il titolo per la pretesa è la qualità di congiunto, mentre nella seconda è quella di erede.

La questione relativa al risarcimento iure successionis del danno morale si è aperta con una sentenza della Cassazione del Regno del 1925, che pose a fondamento di tale risarcibilità del danno non patrimoniale la presenza di un intervallo di tempo apprezzabile tra evento lesivo e morte del danneggiato, essendo ritenuta necessaria una distinzione cronologica degli eventi, tale da permettere l’ingresso del diritto al risarcimento nel patrimonio del de cuius.

Su questa base si è creata una tripartizione degli orientamenti dottrinali e giurisprudenziali, in tutto analoghi a quelli sviluppatisi intorno al danno biologico iure hereditatis ed ai quali, pertanto, si rimanda. Anche in tal caso ha prevalso la corrente compromissoria che, a partire dal 1994, ha riconosciuto la trasmissibilità per successione del danno morale. La funzione di battistrada, in questo senso, è stata svolta da una sentenza del Tribunale di Genova che, dovendo decidere sulla concessione iure successionis del danno morale sofferto da persona rimasta cosciente per nove ore prima di decedere, sentenziava quanto segue: "Nell’arco di tempo intercorso tra l’ictus e la morte, il soggetto leso, specialmente se in stato di coscienza, soffre intensamente dal lato fisico e psichico e, pertanto, appare incontestabile che, nel tempo in cui resti in vita, acquisti il diritto al risarcimento del danno morale verso il danneggiato, diritto che entra a far parte del suo patrimonio e che, alla sua morte, si trasmette agli eredi secondo le comuni regole della successione mortis causa, i quali sono perciò legittimati iure hereditario a far valere la relativa pretesa risarcitoria."

Risulta subito evidente che in tal caso il Giudice genovese non ha ritenuto di dover considerare la sussistenza di un lasso apprezzabile di tempo anche per questa tipologia di danno; né, tuttavia, la Cassazione è stata illuminante in tal senso, lasciando così intendere che, per il danno morale, sono sufficienti anche poche ore di agonia.

Dal momento che il danno morale è principalmente il turbamento psichico derivante al soggetto dalla consapevolezza di aver subito una lesione ingiusta, ci si chiede se uno stato d’incoscienza (o coma) protrattosi per tutto il rimanente periodo di permanenza in vita possa avere conseguenze sulla configurazione e sulla quantificazione del danno morale iure hereditario. La succitata sentenza del Tribunale di Genova parrebbe considerare lo stato di coscienza non già un requisito di ammissibilità di tale risarcimento, ma piuttosto un elemento influente sulla quantificazione dello stesso.

Su tale punto la Suprema Corte si è pronunciata affermando che "Il danno non patrimoniale, che, per il combinato disposto degli art. 2059 c.c. e 185 c.p., e' risarcibile nel caso in cui derivi da un fatto illecito costituente reato, e consistente in un turbamento ingiusto dello stato d'animo o in uno squilibrio o riduzione delle capacità intellettive della vittima, comprende anche le sofferenze fisiche e morali da questa sopportate in stato di incoscienza (nella specie, durante il periodo di coma).

8. CONCLUSIONI

Come si è potuto constatare, la giurisprudenza di legittimità ha abbracciato la teoria compromissoria, che ammette la risarcibilità iure successionis del danno biologico solo in presenza di precise condizioni. La giurisprudenza di merito, tra cui quella del Tribunale di Bergamo, salvo alcune eccezioni, ha condiviso tale scelta. E’ pertanto venuta in evidenza la condizione principale per l’ammissibilità del risarcimento: l’apprezzabile lasso di tempo intercorso tra lesioni e decesso della vittima. Solo tale spazio temporale, infatti, consente la ripercussione delle lesioni sul diritto alla salute, causando altresì quella perdita di utilità che è passibile di risarcimento. Lo screening effettuato sulla giurisprudenza di merito ha permesso di verificare che, in genere, un periodo di tempo di 2/3 giorni non è considerato sufficiente, mentre lo è un lasso di almeno 7 giorni.

Per quanto riguarda i criteri di liquidazione , in base alle indicazioni fornite dalla Corte di Cassazione, si desume che il risarcimento del danno biologico iure hereditatis debba essere calcolato come un danno da invalidità temporanea totale o, in alternativa, secondo il metodo del cd. punto flessibile, commisurando però la somma ottenuta al periodo di tempo intercorrente tra le lesioni ed il decesso del de cuius.

Un siffatto calcolo porterà nella maggior parte dei casi a risarcimenti piuttosto contenuti, anche se non sono da escludere casi limite, quale lo stato di coma indotto dalle lesioni, per cui la vita del danneggiato si protrae, seppur in stato vegetativo, per lunghi periodi se non addirittura per anni.

Proprio nel caso specifico del coma gli interpreti si sono domandati se la mancanza di coscienza valga ad escludere quantomeno il risarcimento del danno morale. Ma la giurisprudenza, tutt’altro che prolifica sul punto, ha inteso considerare lo stato d’incoscienza non come causa escludente del risarcimento, ma piuttosto come elemento influente sulla quantificazione dello stesso.

Tuttavia, i giudici di merito hanno talvolta seguito strade diverse, spesso partendo da presupposti errati, arrivando a liquidare il danno come se il soggetto leso fosse ancora in vita ed avesse riportato un’invalidità totale del 100%.

Sull’argomento occorre segnalare che il 5 giugno 1999 il Consiglio dei Ministri, per porre fine a quella che è stata definita la "giungla dei risarcimenti del danno biologico", ha varato un disegno di legge che introduce nel codice civile il danno biologico, anche iure hereditario, riscrive la previsione del danno morale e delega il Governo all’elaborazione della Tabella indicativa nazionale, recante criteri uniformi di quantificazione del danno in base all’età ed alla percentuale d’invalidità. Il disegno di legge, composto di quattro articoli, ricalca in larga parte il progetto del gruppo di lavoro ISVAP ( Istituto superiore di vigilanza sulle assicurazioni pubbliche e d’interesse privato). Viene, così, introdotto nel codice civile l’art. 2056-bis, che formalizza la risarcibilità del danno biologico, inteso e definito come "lesione dell’integrità psico-fisica", che spetta "a prescindere dall’incidenza (del danno biologico) sulla capacità di produzione del reddito del danneggiato". Tale ultimo danno infatti rientra eventualmente nella sfera patrimoniale che il danneggiato ha l’onere di dimostrare.

L’art. 2056-ter riconosce il diritto potenziale dei prossimi congiunti fino al secondo grado, nonché dell’eventuale convivente, a far valere un autonomo danno biologico che può aggiungersi, in caso di decesso non immediatamente successivo all’evento, a quello ereditario della vittima, commisurato al tempo trascorso tra il fatto ed il decesso.

Un nuovo articolo 2059, in sostituzione dell’attuale, definisce il danno morale e non lo condiziona più all’esistenza di un reato, ma semplicemente al fatto illecito. Con criteri analoghi, secondo l’art. 2059-bis, anche i parenti stretti hanno diritto al risarcimento.

Il Governo, con dodici principi e criteri direttivi, è stato delegato ad emanare, entro un anno, la Tabella indicativa nazionale, con valori unitari uniformi basati sul sistema "a punto variabile". Il danno morale sarà rapportato percentualmente al danno biologico, nella misura massima del 50% ed in relazione a quattro livelli decrescenti di gravità dell’offesa.

L’ANIA ( Associazione Nazionale Imprese Assicuratrici), al fine di sollecitare l’accettazione di tale soluzione, ha denunciato la gravità della situazione attuale, ponendo l’accento sulle incertezze delle compagnie di assicurazione nell’accantonare le riserve tecniche per i risarcimenti dei sinistri stradali, a causa delle truffe più o meno occasionali e dell’imprevedibilità dei risarcimenti liquidati dai giudici.

Come sopra detto, tale d.d.l. ricalca in buona parte quella che era la proposta elaborata dal gruppo di lavoro ISVAP. A tale proposito si ritiene opportuno segnalare che la Commissione di ricerca sul danno alla salute della sede romana di ANF, nella relazione introduttiva alle tabelle di liquidazione del danno alla persona per il 1999, ha espresso una valutazione negativa sul progetto presentato dalla Commissione costituita presso l’ISVAP, considerando tale proposta "basata su un meccanismo di monitoraggio dell’attuale andamento fallimentare delle liquidazioni del danno biologico proprio in quanto ingiustamente diverse tra loro e conseguentemente fondato su criteri non condivisibili".

La stessa Commissione della sede romana di ANF aveva già espresso in precedenza la propria critica su tale progetto, ritenendo che il risarcimento del danno previsto nel modo caldeggiato dall’ISVAP fosse comunque troppo restrittivo, rispecchiando più gli interessi delle assicurazioni che non quelli dei danneggiati.

A tale proposito, il Consiglio Nazionale ANF svoltosi a Roma il 26 e 27 giugno, ha deliberato la costituzione di un gruppo di lavoro sul danno alla salute, che dovrà approfondire ulteriormente l’argomento e consentire una presa di posizione dell’ associazione.

Infine, va segnalata la recente nascita dell’Associazione Valore Uomo, che ha lo scopo di promuovere la riflessione ed il confronto sui temi inerenti appunto al "Valore dell’Uomo", stimolando soprattutto il dibattito sulle questioni di maggiore attualità e ponendo attenzione anche agli aspetti eminentemente pratici delle varie problematiche discusse. Tale associazione si è subito messa in evidenza con un’iniziativa di grande rilievo: un Convegno di richiamo nazionale svoltosi a Napoli nel mese di aprile sul tema de "Il risarcimento integrale del danno alla persona".

Il successo ottenuto da tale convegno fa capire che il tema del risarcimento del danno alla persona - e non solo quello specifico del danno biologico iure successionis, oggetto di questo studio - resta più che mai aperto e che il dibattito è destinato a svilupparsi e arricchirsi.


Dott. Massimiliano Mapelli

Avv. Pier Enzo Baruffi

 

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