Meta-tag - Utilizzazione di un termine altrui - Concorrenza sleale

Internet, meta-tag e concorrenza sleale: una importante pronuncia del Tribunale di Milano condanna l'utilizzo dei marcatori nascosti (meta tag) nelle pagine web quando questi rechino indicazioni protette (come ad esempio marchi) appartenenti ad imprese concorrenti. La decisione è conforme ad altra del Tribunale di Roma 18 gennaio 2001.

L'effetto dell'uso distorto dei meta tag riguarda:

  1. i consumatori, i quali cercando un determinato prodotto o servizio "trovano" offerte diverse anche se simili;
  2. il concorrente sleale che s'avvantaggia della domanda dei consumatori sottraendo clientela al titolare del diritto ed aumenta il numero dei propri accessi profittando del nome altrui.





TRIBUNALE DI MILANO 9 febbraio 2002

In sintesi: L'utilizzazione del termine oggetto di diritti altrui come meta-tag integra l'illecito di concorrenza sleale per contrarietà alla correttezza professionale in quanto determina un'interferenza ripetuta e costante nell'attività promozionale del concorrente.

I. I ricorrenti hanno fondato il ricorso cautelare sulla contestazione di un'ipotesi di contraffazione di due marchi comunitari relativi al termine Beta di cui la società tedesca è titolare nonché in relazione ad illecito concorrenziale, violazioni conseguenti all'uso del medesimo termine di cui ai predetti marchi da parte della resistente nella stringa ipertestuale del file sorgente in linguaggio HTML relativa al proprio sito web.
L'utilizzazione del predetto termine quale meta tag cioè come una delle parole chiave di ricerca nascoste all'utente normale, che però indirizzano la selezione del sito da parte dei vari motori di ricerca presenti sul web - consentirebbe alla resistente di comparire insieme alle società ricorrenti - allorché venga impostata da un qualsiasi utente della rete una ricerca imperniata sul termine Beta .

... omissis ...

III. Quanto al merito delle domande cautelari proposte da Beta, ritiene il giudicante che la fattispecie in esame - rispetto alla quale non vi è contestazione alcuna in punto di fatto da parte della resistente - non possa fondatamente essere ricondotta all'ipotesi di contraffazione di marchio.
Invero ciò che sembra difettare nell'uso quale meta tag da parte della resistente del termine protetto dai brevetti in questione sembra essere proprio l'uso del segno in funzione di marchio e cioè in funzione distintiva.
Il termine Beta non risulta apposto dalla resistente su alcun prodotto né serve ad identificare alcun servizio, tanto che l'utente della rete che avvia una ricerca imperniata su di esso non può riscontrare visivamente tale termine sul sito della resistente, né quindi rendersi conto in alcun modo dell'uso (indebito o meno) del marchio altrui da cui potrebbe derivare il conseguente pericolo di confondibilità.

Pur prendendo atto di alcune prime riflessioni della dottrina sul punto - che peraltro sembra giungere a qualificare come contraffazione di marchio l'uso di meta tag riproducenti altrui marchi sulla base della sola considerazione dell'ambito esclusivo delle facoltà riconosciute al titolare del marchio - non pare tuttavia al giudicante che l'utilizzazione del termine oggetto di privativa altrui come meta tag possa essere nemmeno direttamente ricondotto ad una funzione pubblicitaria che rientrerebbe nell'esclusiva garantita al titolare del marchio dal comma 2 dell'art. 1 legge marchi.
Se non può dubitarsi che il sito web di un'azienda possa ritenersi quale messaggio pubblicitario rivolto al pubblico (sulla base della definizione di cui alla lett. a, dell'art. 2, d.lgs. n. 74/92), tuttavia la presenza del meta tag in questione non incide in maniera diretta sulla correttezza del messaggio promozionale stesso. Né varrebbe assimilare la situazione in esame ad una forma di pubblicità occulta, posto che occulto - nel senso di non palese all'utente - nel caso di specie è solo il meccanismo tecnico delle modalità di ricerca mediante stringhe ipertestuali.

IV. Sembra dunque al giudicante che il comportamento della società resistente possa ritenersi più fondatamente censurabile sotto il profilo dell'illecito concorrenziale di cui all'art. 2598 n. 3 c.c.
Premessa la diretta concorrenzialità delle contrapposte società - entrambe operanti nel campo dell'estrusione di materie termoplastiche per la produzione di barrette per taglio termico per serramenti in alluminio - deve essere rilevato che l'utilizzazione del meta tag riproducente il marchio (o la denominazione sociale) della ricorrente determina un'interferenza ripetuta e costante nell'attività della ricorrente, quantomeno nell'ambito della sua attività promozionale e di contatto con i (potenziali) clienti posta in essere tramite il suo sito web.
Invero l'effetto dell'inserimento del termine in questione nell'ambito delle parole chiave che indirizzano la ricerca dei motori di ricerca sul sito della soc. Alfa consiste nella visualizzazione del riferimento al sito della resistente insieme a quello della ricorrente ogni qualvolta l'utente imposti la ricerca sui siti specializzati utilizzando il termine Beta .

Tale effetto - evidentemente diverso sul piano della correttezza commerciale laddove invece esso consegua ad una ricerca impostata su altri termini attinenti in generale al comune settore di attività delle società - appare lesivo dei diritti della ricorrente in quanto esso si verifica nei confronti di soggetti che verosimilmente intendono prendere contatto proprio con la società ricorrente e che in ragione del costante accoppiamento del sito della resistente con quello della ricorrente, possono essere indotti ad immaginare collegamenti tra di esse o comunque ad essere distolti dall'oggetto dell'originaria ricerca. In tal modo la resistente determina un ingiustificato e costante agganciamento con le iniziative promozionali della ricorrente e conseguentemente con la notorietà della stessa, idoneo a determinare la possibilità di un effetto di sviamento della clientela. - Omissis -

Bergamo, Novembre 2002

avv. Rodolfo José Mendez





© copyright - tutti i diritti riservati