DANNO ALLA SALUTE E OPERE PUBBLICHE

Cassazione Civile, Sezione III, sentenza 27 luglio 2000, n. 9893 - massima: "La tutela giudiziaria del diritto alla salute in confronto della pubblica amministrazione può essere preventiva e dare luogo a pronunce inibitorie se, prima ancora che l’opera pubblica venga messa in esercizio nei modi previsti, sia possibile accertare, considerando la situazione che si avrà una volta iniziato l’esercizio, che nella medesima situazione è insito un pericolo di compromissione per la salute di chi agisce in giudizio (nella fattispecie, l’Enel era stato autorizzato a costruire un elettrodotto a distanza di circa 30 metri da una abitazione, il cui proprietario chiese che fosse accertata la pericolosità dell’opera ed il danno derivante alla salute per l’esposizione ai campi elettromagnetici, con il conseguente risarcimento del danno costituito dalla diminuita abitabilità dell’immobile. La Suprema Corte, sulla base dell’enunciato principio di diritto, ha cassato la sentenza del merito, che aveva respinto la domanda sul presupposto che l’elettrodotto era stato costruito sulla base di provvedimenti legittimi e non impugnati e che, peraltro, esso non era ancora entrato in funzione, sicché era impossibile accertare la situazione di pericolo che si sarebbe generata una volta intervenuta la messa in esercizio).".

Il nostro sistema giuridico non tutela solo il danno patito, ma riconosce anche forme di tutela preventiva del diritto che possono essere esperite anche in presenza di un ragionevole pericolo che il danno si verifichi. Ciò al fine di inibire che la condotta, da cui deriva il pericolo, sia portata a compimento.

Marco Rossetti - in un articolo della rivista giuridica "D&G diritto e giustizia" del 21.10.2000 n. 37, pag. 53 - ha affermato: "Sono privi di efficacia i provvedimenti della P.A. che, pur formalmente legittimi, producano effetti tali da incidere negativamente sulla salute dell’individuo; il diritto alla salute, infatti, non è tutelato dall’ordinamento solo in via successiva, attraverso il risarcimento, ma anche in via preventiva, riconoscendo al titolare la facoltà di chiedere giudizialmente l’inibitoria di atti od attività dai quali il suddetto diritto possa essere messo in pericolo".

Fino a quasi la metà degli anni ’90, le domande cautelari di inibitoria all’uso o di rimozione di impianti generatori di elettrosmog venivano per lo più rigettate sul presupposto che non fosse dimostrata l’esistenza di un pericolo per la salute, anche se non erano mancati Giudici proclivi a privilegiare le ragioni della salute collettiva rispetto a quelle dell’economia come il Pretore Pietrasanta il quale, con sentenza dell’8.11.1986, inibiva in via cautelare all’Enel di attivare un elettrodotto sul presupposto che potesse nuocere alla salute degli abitanti delle zone circostanti. Venne pertanto messa in evidenza che l’incertezza circa l’effettiva nocività dei campi elettromagnetici non consente di escludere il pericolo per la salute dell’uomo.

La Corte di Cassazione ha esaminato il problema dei limiti alle emissioni di onde elettromagnetiche solo con la sentenza 9893/00, la quale ha stabilito tre principi di grande importanza pratica (anche se non del tutto nuovi) che sono destinati verosimilmente ad incidere profondamente sull’assetto della materia. Tali principi sono:

  1. il Giudice Ordinario può conoscere non solo dell’atto amministrativo dichiarandolo "inefficace", ma può anche condannare la P.A. ad un facere ove dall’attività di quest’ultima sia derivato o stia per derivare un danno alla salute umana;
  2. il diritto alla salute è tutelato non solo in via successiva, ma anche in via preventiva;
  3. la circostanza che un elettrodotto emetta onde elettromagnetiche di livello inferiore a quello fissato dalla legge, da sola, non è sufficiente ad impedire una chiusura o lo spostamento dell’impianto, qualora si dovesse accertare che le emissioni sono comunque nocive per la salute dell’uomo.

È importante evidenziare che il 14.2.2001 la Camera dei Deputati ha approvato definitivamente la legge sull’elettrosmog. Tale legge, che si precisa essere una delle prime in Europa in materia di limiti alle esposizioni elettriche ed elettromagnetiche, dà ai gestori di elettrodotti fino a dieci anni di tempo per adeguare gli impianti già esistenti. Per quanto riguarda, invece, i ripetitori, nel frattempo il decreto legge 23.1.2001 n.5 sulla disciplina dell’emittenza radiotelevisiva, definisce, anche procedure di risanamento nonché la localizzazione degli impianti radiotelevisivi che superino i limiti consentiti di elettrosmog. Per questi impianti il decreto prevede un termine di due anni, anziché di cinque come dispone la riforma appena approvata, per l’adeguamento alla nuova normativa.

La problematica legata alla valutazione dei fattori di rischio derivanti dall’esposizione alle varie sorgenti di campi magnetici, elettrici ed elettromagnetici è stata affrontata, esaminata ed approfondita anche dall’Istituto Superiore di Sanità e dall’Istituto Superiore per la Prevenzione e la Sicurezza del Lavoro (Ispesl). Da tale studio è emersa una possibile associazione statistica tra l’esposizione residenziale a campi magnetici a 50 Hz, generalmente valutata in modo indiretto, e la leucemia infantile, anche se il nesso di causalità non è stato dimostrato. Peraltro, a fronte di tali considerazioni, appare di fondamentale e prioritaria importanza che nelle zone in cui vi sono asili, scuole ed altri ambienti destinati all’infanzia le esposizioni a tali campi magnetici siano quanto meno contenute. Appare più difficile affermare, invece, l’esistenza del nesso causale esistente tra l’insorgenza di effetti sanitari e la presenza di campi elettromagnetici, ma ciò è dovuto anche all’esiguo numero di ricerche e indagini svolte finora.

Dott.ssa Silvia Villa