QUANDO IL TERZO TRASPORTATO, PARENTE DELL’ASSICURATO CONDUCENTE, PUO' CHIEDERE IL RISARCIMENTO AL FONDO DI GARANZIA PER LE VITTIME DELLA STRADA

La dichiarazione di illegittimità costituzionale dell’art.4, lettera b), della L. n. 990 del 1969, modificato daI D.L. n. 857 del 1976, convertito in legge n. 39 del 1977, nella parte in cui esclude dal diritto ai benefici dell'assicurazione obbligatoria, per quanto riguarda i danni alle persone, il coniuge, gli ascendenti ed i discendenti legittimi, naturali o adottivi delle persone indicate alla lettera a), nonché gli affiliati e gli altri parenti ed affini fino al terzo grado delle medesime quando convivano con esse o siano a loro carico (Corte cost. n. 188 del 2 maggio 1991), non incide sui contratti già conclusi nel vigore della precedente disciplina. Ne consegue che i soggetti indicati nella citata pronunzia costituzionale, ove vittime di un sinistro stradale per fatto di un loro congiunto, risultano aver riportato un danno causato dalla circolazione di veicolo non coperto di assicurazione (almeno nei loro confronti), con conseguente applicazione dell'art.19 della legge n. 990 del 1969 (esperibilità dell'azione nei confronti del Fondo di garanzia per le vittime della strada). (L. 24 dicembre 1969, n. 990, art. 4; L. 24 dicembre 1969, n. 990, art. 19)

 

 

 

 

CORTE DI CASSAZIONE CIVILE

Sez. III, 9 agosto 2000, n. 10542.

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO. - Il giorno 8 giugno 1986 l'autovettura Fiat 127 targata EN 98820, di proprietà di Messina Filippo, condotta da Fonte Riccardo e assicurata per la responsabilità civile presso la Sipea spa entrava in collisione, per lo scoppio di un pneumatico, con l'autovettura VoIvo targata EN 94678: dall'incidente riportava lesioni il minore Fonte Antonino.

Premesso quanto sopra Fonte Riccardo e Messina Irene, quali legali rappresentanti del minore Fonte Antonimo convenivano in giudizio, innanzi al Tribunale di Roma la Sipea spa, nonché Messina Filippo, per ottenerne la condanna al risarcimento dei danni tutti patiti in occasione del descritto incidente.

Con sentenza 24 ottobre-27 novembre 1990 il tribunale rigettava la domanda, tenuto presente che le lesioni patite dal minore erano ascrivibili alla colpa del padre -conducente del veicolo assicurato - che lo stesso, pertanto, non poteva fruire dei benefici assicurativi, ai sensi dell'art.4, lett. b) legge n. 990 del 1969.

Gravata tale pronunzia dai soccombenti, la Corte di appello di Roma con sentenza 18 aprile-9 maggio 1995 rigettava l'appello proposto da Fonte Riccardo e Messina Irene, compensate tra le parti le spese del giudizio di appello.

Per la cassazione dì tale pronunzia ha proposto ricorso' affidato a 4 motivi e illustrato da memorie, Fonte Antonino. Resiste con controricorso la Polaris Assicurazioni spa, già Sipea spa.

Messina Filippo, nei cui confronti con ordinanza 22 settembre 1999 è stata disposta l'integrazione del contraddittorio da parte del Collegio, non ha svolto attività difensiva, in questa sede.

MOTIVI DELIA DECISIONE. I. - Come accennato in parte espositiva, con riferimento ad un sinistro stradale accaduto nel 1986, nel quale ha riportato danni alla persona l'attuale ricorrente (all'epoca minorenne), trasportato sull'auto condotta dal proprio genitore, ritenuto responsabile dell'incidente, i giudici del merito hanno rigettato la domanda di danni proposta nei confronti della società ora controricorrente, assicuratrice della responsabilità civile della vettura.

Pur in presenza della sentenza 2 maggio 199 1, n. 188 della Corte costituzionale - che ha dichiarato la illegittimità costituzionale, per violazione dell'art.3 Cost., dell'art.4, lett. b), L. 24 dicembre 1969 n. 990 (nel testo all'epoca vigente), nella parte in cui escludeva dal diritto ai benefici dell'assicurazione obbligatoria, per quanto riguarda i danni alle persone, il coniuge, gli ascendenti e i discendenti legittimi, naturali o adottivi delle persone indicate nella lett. a) dello stesso articolo nonché gli affiliati e gli altri parenti e affini fino al terzo grado delle stesse persone, quando convivano con esse o siano a loro carico - i giudici di appello sono pervenuti al rigetto della domanda attrice sulla base delle seguenti considerazioni:

- la stessa sentenza della Corte costituzionale, nella parte motiva, ha precisato che restava "impregiudicata" la questione ulteriore, estranea al campo della giustizia costituzionale, in ordine alle possibili conseguenze della dichiarazione di illegittimità costituzionale (della norma denunciata) sulla validità del contratto di assicurazione, alla stregua di principi del diritto civile;

- il contratto inter partes, nell'escludere dalla garanzia assicurativa i terzi di cui all'art.4, lettere a) e b) della L. n. 990 del 1969, prevedeva che oggetto dell'assicurazione erano i rischi della responsabilità civile per i quali era obbligatoria l'assicurazione ai sensi della L. n. 990 del 1969;

- lo stesso contratto (art. 5 delle condizioni generali) prevedeva, altresì, che qualora nel corso del contratto fossero intervenute modificazioni delle condizioni di polizza (l'oggetto del contratto era previsto, appunto, dalla condizione generale 1, e dalla condizione aggiuntiva A) il contratto sarebbe stato adeguato alle nuove condizioni;

- l'adeguamento del rischio e del premio, in particolare, avrebbe avuto decorrenza dalla prima scadenza annuale successiva alla pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale dei provvedimento del Comitato interministeriale dei prezzi che stabiliva le modificazioni e, comunque dal 365esimo giorno successivo alla pubblicazione stessa;

- pacifico quanto sopra e non controverso che solo a seguito della sentenza n. 188 del 1991 della Corte costituzionale le compagnie di assicurazione attivarono il procedimento di adeguamento delle condizioni di assicurazione al dettato costituzionale e della richiesta di un premio maggiore, proporzionato alla estensione del rischio ai parenti trasportati, deve escludere che la dichiarazione di illegittimità costituzionale dell'art.4 della legge n. 990 del 1969 abbia determinato la inefficacia o la invalidità dei contratto inter partes nella parte in cui escludeva la garanzia assicurativa ai parenti trasportati.

2. - Con il primo motivo, denunziando violazione e falsa applicazione dell'art.136 Cost. in combinato disposto con l'art.30 comma 3, L. 11 marzo 1953, n. 87", nonché "omissione, contraddittorietà e illogicità della motivazione in relazione all'art.360 co. 3 e 5 c.p.c." il ricorrente censura la sentenza gravata nella parte in cui la stessa ha escluso l'applicabilità dei principi enunciati dalla sentenza n. 188 del 1991 della Corte costituzionale nel presente giudizio (certamente "in corso" all'epoca di quella pronunzia).

Sì osserva, infatti, con autorevole dottrina, che le norme dichiarate costituzionalmente illegittime sono estromesse definitivamente dall'ordinamento giuridico e non sono più applicabili, né suscettibili di ricevere comunque osservanza e esecuzione, atteso che la sentenza della Corte costituzionale ne determina la radicale eliminazione dal sistema del diritto oggettivo, del quale essere erano - in precedenza elementi integranti.

1 giudici del merito - osserva ancora il ricorrente - incorrono in contraddizione e illogicità, allorché richiamano la necessità della modifica dell'oggetto dell'assicurazione e dell'adeguamento del premio, all'epoca dell'incidente, quale condizione per la estensione della garanzia assicurativa in favore dei parenti dei trasportati, senza considerare che tale condizione non avrebbe potuto verificarsi all'epoca dell'incidente, verificatosi cinque anni prima della declaratoria di incostituzionalità.

3. - 11 motivo non coglie nel segno, alla luce delle considerazioni che seguono.

3. 1. – L’esatto il rilievo, ampiamente sviluppato negli scritti di causa di parte ricorrente, secondo cui a norma dell'art.136 Cost., "quando la Corte dichiara l'illegittimità costituzionale di una norma di legge la nonna cessa di avere efficacia dal giorno successivo alla pubblicazione della decisione" e che, pertanto, "le norme dichiarate incostituzionali non possono avere applicazione dal giorno successivo alla pubblicazione della decisione" (art. 30, comma 3, L. 11 marzo 1953, n. 87).

Deve negarsi - peraltro - che i giudici d'appello, allorché hanno escluso il diritto in capo all'attuale ricorrente a conseguire, dall'assicuratore della responsabilità civile della vettura sulla quale viaggiava, di proprietà di suo padre e dallo stesso condotta, il ristoro dei danni patiti per fatto e colpa esclusivi del proprio genitore, nel 1986, e, cioè, ben anteriormente alla pronunzia 2 maggio 1991, n. 188, della Corte costituzionale, abbiano, in qualche modo, violato i richiamati principi di diritto, o reso una pronunzia denunciabile sotto il profilo di cui all'art.360 n. 5 c.p.c.

Si precisa - in particolare - in motivazione da Corte cost. 2 maggio 1991, n. 188, che "resta impregiudicata la questione ulteriore, estranea al campo della giustizia costituzionale, se e quali conseguenze l'eventuale dichiarazione di illegittimità costituzionale possa avere sulla validità del contratto di assicurazione de quo alla stregua dei principi del diritto civile".

t evidente, pertanto, in limine, che dalla dichiarazione di illegittimità costituzionale dell'art. 4 della legge n. 990 del 1969 (pronunciata da Corte cost. n. 188 del 1991), non deriva, affatto, de plano - come ora assume parte ricorrente la conseguenza che l'assicuratore sia tenuto ad indennizzare i suddetti trasportati dei danni derivati dalla circolazione anche se il sinistro si è verificato (come nel caso ora in esame) anteriormente alla sentenza.

3.2. - In realtà, a giudizio di questa Corte, la dichiarazione di illegittimità costituzionale dell'art. 4, lettera h), della legge 24 dicembre 1969, n. 990, modificato dal decreto legge 23 dicembre 1976, n. 857, convertito in legge 26 febbraio 1977, n. 39, nella parte in cui esclude dal diritto ai benefici dell'assicurazione obbligatoria, per quanto riguarda i danni alle persone, il coniuge, gli ascendenti e i discendenti legittimi, naturali o adottivi delle persone indicate alla lettera a), nonché gli affiliati e gli altri parenti e affini fino al terzo grado delle medesime quando convivano con esse o siano a loro carico, lungi dall'incidere - come pretende parte ricorrente - su contratti già conclusi nel vigore della precedente disciplina e, quindi, soggetti alla disciplina vigente all'epoca, ha prodotto i suoi effetti -con decorrenza dall'1 gennaio 1978 (cfr., sul punto, Corte cost. 8 luglio 1992, n. 323, specie in motivazione) - esclusivamente (come è proprio, dei resto, delle pronunce della Corte costituzionale) sul piano "nominativo".

In particolare, per effetto della citata pronunzia i veicoli a motore senza guida di rotaie, non potevano essere posti in circolazione, sin dall'1 gennaio 1978, se non fossero coperti di assicurazione per la responsabilità civile verso i terzi con la previsione, tra i terzi "assicurati", anche delle persone analiticamente indicate nella parte dispositiva della sentenza n. 188 del 1991.

Ciò importa - ad avviso di questa Corte - che con riferimento al periodo 1 gennaio 1978 - 2 maggio 1991 i soggetti indicati dalla citata pronunzia, ove vittime di un sinistro stradale per fatto di un loro "congiunto", hanno riportato - in pratica - un danno causato dalla circolazione di veicolo non coperto di assicurazione (almeno nei loro confronti), con conseguente applicazione dell'art.19, dalla L. 24 dicembre 1969, n. 990.

Giusta tale ultima previsione, in particolare, chi ha riportato lesioni personali da un sinistro stradale cagionato da veicolo non coperto di assicurazione e per il quale - invece - per legge sussisteva l'obbligo di assicurazione, ha azione, per conseguire il relativo risarcimento, nei confronti del "Fondo di garanzia per le vittime della strada", in persona dell'impresa designata ai sensi dell'art. 20 della legge n. 990 del 1969.

~ evidente, in conclusione, che l'attuale ricorrente doveva far valere le proprie pretese risarcitorie nei confronti del Fondo vittime della strada, per essere rimasto danneggiato da una vettura non (regolarmente) assicurata e non nei confronti della società attuale controricorrente che, con riferimento all'anno 1986 (epoca dei sinistro) certamente non ha "assicurato" Fonte Riccardo per i danni da questi causati ai propri congiunti da lui trasportati.

3.3. - Sempre con il primo motivo parte ricorrente, come ricordato sopra denuncia, sotto il profilo di cui all'art. 360 n. 5 c.p.c. "omissione, contraddittorietà e illogicità della motivazione".

Anche sotto tale profilo il motivo deve disattendersi.

Parte ricorrente - infatti - lungi dall'evidenziare quali siano le "contraddizioni" presenti tra le singole affermazioni contenute nella sentenza gravata, tali da non consentire di ricostruire l'iter argomentativo fatto proprio dai giudici del merito, e dall'indicare quali elementi - di fatto o di diritto - circa punti decisivi della controversia, prospettati dalle parti o rilevabile di ufficio, siano stati totalmente trascurati dai detti giudici, si duole - esclusivamente -che la lite ha avuto un esito diverso da quello da lei auspicato e che una diversa lettura degli atti di causa, e delle varie norme rilevanti al fine del decidere, avrebbe potuto condurre ad una diversa conclusione.

3.4. - Sempre in margine al primo motivo di ricorso deve segnalarsi che esaminando una vicenda sotto molti aspetti analoga alla presente, questa Corte, qualche anno addietro, ha avuto modo di enunciare un principio di diritto che può essere così riassunto: "a seguito della decisione n. 188 del 1991 della Corte costituzionale, la quale ha dichiarato la illegittimità costituzionale dell'art. 4 della legge n. 990 del 1969, nella parte in cui escludeva dai benefici assicurativi i trasportati congiunti dell'assicurato, l'assicuratore è tenuto ad indennizzare i suddetti trasportati dei danni derivati dalla circolazione, anche se il sinistro si sia verificato anteriormente alla suddetta sentenza" (Cass., 16 dicembre 1997, n. 12723).

3.5. ~ Ritiene il collegio che tale principio non possa essere ulteriormente confermato.

In quell'occasione, in particolare, la Corte ebbe ad invocare - a fondamento della raggiunta conclusione - le seguenti considerazioni:

- l'obbligazione risarcitoria posta in capo all'assicurazione nei confronti del terzo, non viene ad avere una fonte contrattuale, bensì legale anche in dipendenza del carattere obbligatorio dello speciale regime di assicurazione della responsabilità civile introdotto con la legge n. 990 del 1969 e dell'interesse pubblico che sovrintende la materia e che è quella di garantire il diritto al risarcimento per tutte le vittime degli incidenti stradali;

- esatta è la precisazione del giudice del gravame circa la natura del rinvio del contratto assicurativo alle norme della citata legge, avendo egli qualificato non come rinvio formale e, quindi, immodificabile, bensì come richiamo dell'ambito operativo previsto dalla legge, di talché ove dovessero essere mutati i limiti di operatività della norma in dipendenza di una declaratoria di incostituzionalità, il contratto dovrà recepire la nuova previsione legislativa, che in forza dell'efficacia retroattiva delle sentenze della Corte costituzionale, doveva considerarsi già recepita nel contratto fin dal momento della sua stipulazione, per effetto del richiamo per relationem;

- con la legge 19 febbraio 1992 n. 142 sono state stabilite le disposizioni per l’adempimento degli obblighi derivanti dall'appartenenza dell'Italia alla Comunità Europea (legge comunitaria per il 199 1) e l'art. 28 di essa, concernente l'attuazione della direttiva del Consiglio 84-5-CEE in materia di assicurazione obbligatoria per la responsabilità civile derivante dalla circolazione dei veicoli a motore e dei natanti prevede l’estensione soggettiva della garanzia assicurativa ai soggetti di cui alla lett. b) dell'art. 4 legge n. 990 del 1969, avendo sostituito l'art. 4 anzidetto con la precisazione tra l'altro che i soggetti di cuì alla lett. b) della stessa norma non hanno diritto ai benefici derivanti dai contratti di assicurazione stipulati ai sensi della cìtata legge, solo limitatamente ai danni alle cose;

- in conseguenza dell'immediata operatività della nuova disciplina derivante dalla pronuncia in questione ai benefici che ne derivano per le categorie dei soggetti presi in considerazione, deve ritenersi corrispondere il relativo obbligo per gli assicurati, di corrispondere il maggior premio determinato, secondo le procedure previste dall'art. 11 della stessa legge, in funzione dell'allargamento dell'area dei rischi normativamente coperti dall'assicurazione obbligatoria per la responsabilità civile derivanti dalla circolazione dei veicoli, in base al principio dell'eterointegrazione contrattuale di cui costituisce applicazione l'art. 34 stessa legge.

3.6. - Nessuno dei richiamati principi merita consenso.

3.6. 1. - L'affermazione secondo cui "l'obbligazione risarcitoria posta in capo all'assicurazione nei confronti del terzo, non viene ad avere una fonte contrattuale, bensì legale", contrasta sia con la lettera della legge, sia con la sua sistematica (è certo, infatti, che il "terzo" danneggiato ha una tutela "diversa" a seconda che il responsabile del sinistro fosse, al momento di questo, o meno, assicurato, cfr. artt. 18 e 19 L. 24 dicembre 1969, n. 990), sia -infine - con la pacifica giurisprudenza di questa Corte regolatrice.

Da lustri, in particolare, non si dubita - in giurisprudenza - che il contratto stipulato fra l'assicurato e l'assicuratore a copertura della responsabilità civile automobilistica costituisce, anche nell'assicurazione obbligatoria, la fonte primaria e la misura di ogni obbligazione dell'assicuratore tanto verso l'assicurato che verso il terzo danneggiato, il quale deriva una sola situazione di vantaggio con autonoma tutela proprio dell'esistenza dell'avvenuta stipulazione della polizza (cfr., per tutte, Cass., sez. un., 29 luglio 1983, nn. 5218 e 5219).

t palese, pertanto, che in tanto sussiste, per il terzo-congiunto del danneggiante assicurato, il diritto a pretendere dall'assicuratore di questo il ristoro dei danni patiti, in quanto esista una puntuale clausola contrattuale che copra tale "rischio".

Poiché, come osservato sopra, le sentenze della Corte costituzionale sono inidonee ad incidere, retroattivamente, nei confronti di "rapporti contrattuali" interprivati, i quali quantomeno sino alla data della pubblicazione della sentenza della Corte costituzionale, non possono che essere soggetti alla disciplina della legge in vigore all'epoca in cui furono conclusi, è palese l'insostenibilità del diverso assunto fatto proprio da Cass. 16 dicembre 1997, n. 12723.

3.6.2. - Quanto, ancora, all'assunto secondo cui la società assicuratrice sarebbe tenuta al pagamento dei danni patiti dai congiunti degli assicurati per fatto di questi ultimi anteriormente alla sentenza n. 188 del 1991 a seguito della "nuova formulazione" [per effetto della intervenuta dichiarazione di incostituzionalità dell'art. 4, lett. b) L. 24 dicembre 1969, n. 990] della legge n. 990 del 1969 sul contratto oggetto di controversia, concluso facendo riferimento appunto alle disposizioni di detta legge è sufficiente osservare come la proposizione si ponga, senza alcuna motivazione da parte di Cass. 16 dicembre 1997, n. 12723, in contrasto con una giurisprudenza più che consolidata di questa Corte.

Deve ribadirsi, infatti, al riguardo, come, peraltro, meglio si vedrà in prosieguo, in sede di analisi del terzo motivo di censura, che qualora il contratto di assicurazione determini il rischio oggetto di copertura assicurativa con esplicito riferimento al contenuto di una norma di legge, la norma medesima viene recepita con il valore di patto negoziale, per cui è irrilevante la successiva declaratoria di illegittimità costituzionale di tale norma, al fine di dedurne un diverso contenuto delle obbligazioni contrattuali a carico dell'assicuratore.

3.6.3. - Irrilevante, ancora, al fine dei decidere, appare H rilievo secondo cui con l'art. 28 della legge 19 febbraio 1992 n. 142 (legge comunitaria per il 1991), la materia è stata disciplinata in termini diversi.

Escluso, infatti, che la normativa sopravvenuta abbia efficacia retroattiva o possa - in qualche modo - applicarsi ai contratti che alla data della sua entrata in vigore erano già cessati (per scadenza naturale o per qualsiasi altro motivo), o ai sinistri già verificatisi alla detta data (sul punto cfr., altresì, infra, in sede di esame del terzo motivo di rìcorso) è palese che dalla detta disposizione sopravvenuta non possono trarsi elementi di sorta, al fine del decidere e di risolvere lo specifico problema ora in esame.

3.6.4. - Quanto, infine, all'affermazione ~ che conclude la parte motiva di Cass. 16 dicembre 1997, n. 12723 - secondo cui "va rilevato, infine, che in conseguenza dell'immediata operatività della nuova disciplina derivante dalla pronuncia in questione ai benefici che ne derivano per le categorie dei soggetti presi in considerazione, deve ritenersi, corrispondente il relativo obbligo per gli assicurati, di corrispondere il maggior premio determinato, secondo le procedure previste dall'art.11 della stessa legge, in funzione dell'allargamento dell'area dei rischi normativamente coperti dall'assicurazione obbligatoria per la responsabilità civile derivanti dalla circolazione dei veicoli, in base al principio dell'eterointegrazione contrattuale di cui costituisce applicazione l'art. 34 stessa legge", la stessa - lungi dall'offrire argomenti, a sostegno della tesi fatta propria da quella sentenza - ne dimostra l'assoluta infondatezza.

Come noto, nell'assicurazione della responsabilità civile - giusta la testuale definizione datane dall'art. 1917 c.c., e valida, in forza delle considerazioni svolte sopra anche con riguardo all'assicurazione -obbligatoria per la responsabilità civile prevista dalla legge n. 990 del 1969 - l'assicuratore è obbligato a tenere indenne l'assicurato di quanto questi, in conseguenza del fatto accaduto durante il tempo dell'assicurazione, deve pagare a un terzo, in dipendenza della responsabilità dedotta nel contratto.

Pacifico quanto sopra, deve escludersi possa aderirsi all'assunto (fatto proprio dalla richiamata sentenza n. 12723 del 1997 di questa Corte) secondo cui - in forza della sentenza n. 188 del 1991 della Corte costituzionale che ha esteso con effetti retroattivi la copertura assicurativa ai congiunti dell'assicurato - esiste titolo, in capo alle compagnie assicuratrici della responsabilità civile per pretendere - nei confronti di tutte le polizze rilasciate tra il 1° gennaio 1978 e la data di pubblicazione della sentenza n. 188 del 1991 una integrazione del premio assicurativo.

t palese, infatti, l'impossibilità, giuridica, oltre che logica, che l'assicuratore possa pretendere una integrazione del premio a suo tempo pagato dall'assicurato con riguardo ad un periodo di tempo già trascorso (nella generalità dei casi senza il nuovo "fatto" assicurato si sia verificato) (cioè con riguardo ad un "rischio" non più esistente).

Se - concludendo sul punto - deve escludersi che per effetto della più volte ricordata sentenza n. 188 del 1991 della Corte costituzionale, gli istituti assicuratori abbiano titolo di pretendere dagli assicurati una integrazione dei premi a suo tempo pagati per polizze di assicurazione già scadute (per le quali, cioè, alla data della sentenza del 199 1, era già trascorso il periodo di operatività), a maggior ragione deve escludersi che sulla base delle stesse polizze (e in forza della sopravvenuta sentenza della Corte costituzionale) un terzo, congiunto dell'assicurato e che abbia subito un danno per fatto di quest'ultimo, possa pretendere, nei confronti dell'assicuratore, una prestazione a suo tempo non compresa nel contratto.

4. - Con il secondo motivo il ricorrente - denunziando "violazione e falsa applicazione dell'art. 1339 c.c., (e) contraddittorietà ed illogicità della motivazione in relazione all'art. 360 nn. 3 e 5 c.p.c." -censura, ancora, la sentenza gravata nella parte in cui questa ha ritenuto non pertinente, per risolvere la controversia, il richiamo, (implicitamente) contenuto negli scritti difensivi di causa, all'art. 1339 c.c., sul rilievo che la sostituzione di clausole prevista da tale disposizione può trovare applicazione solo nell'ipotesi in cui le norme imperative preesistano al contratto che contiene la clausola ad esse contraria, mentre nella specie la sentenza della Corte costituzionale è successiva alla stipulazione del contratto assicurativo.

Il principio di diritto invocato dalla sentenza gravata osserva, al riguardo, il ricorrente - è erroneo atteso che lo spirito della nonna è proprio quello dell'inserimento automatico delle norme inderogabili introdotte successivamente alla stipula del contratto, in sostituzione delle clausole difformi apposte dalle parti, come chiarito in diverse occasioni sìa dalla giurisprudenza, in margine, ad esempio alla legge 27 luglio 1978, n. 392, sia dalla dottrina.

S. - La censura non può trovare accoglimento.

Sotto diversi, concorrenti, profili.

5. 1. - In primo luogo si osserva - in conformità, del resto ad una giurisprudenza più che consolidata di questa Corte regolatrice - che il principio posto dall'art. 1339 c.c. (inserzione automatica di clausole) non è invocabile nell'ipotesi in cui non si prospetti la sostituzione di clausole contrattuali difformi rispetto a norme imperative di legge, ma solo l'integrazione dì lacune della manifestazione della volontà negoziale, al fine, peraltro, di ottenere non già effetti derivanti dall'applicazione della norma imperativa ma effetti del tutto diversi, che possono dipendere solo dalle pattuizioni delle parti (Cass. 19 dicembre 1992, n. 13459).

Poiché nella specie è certo, oltre ogni ragionevole dubbio, che Fonte Riccardo, in sede di stipulazione della polizza di assicurazione in margine alla quale ora è controversia, ben poteva convenire con la società assicuratrice di estendere la copertura assicurativa anche ai "trasportati", a lui legati da particolari rapporti di parentela (corrispondendo, ovviamente, un premio maggiore) è palese la non pertinenza, al fine del decidere, del principio contenuto nell'art. 1339 c.c., in tema di inserzione automatica di clausole.

5.2. - In secondo luogo, anche a prescindere da quanto precede, esattamente i giudici del merito hanno ritenuto che per l'operatività del principio in questione è indispensabile la "anteriorità" della "clausola" o del "prezzo" imposti dalla legge, rispetto al "contratto".

. Quanto precede, infatti, trova conferma nella stessa formulazione letterale della disposizione, secondo cui - in particolare ~ "le clausole, i prezzi di beni o servizi, imposti dalla legge sono di diritto inseriti nel contratto, anche in sostituzione delle clausole difformi apposte dalle parti".

In altri termini poiché le parti, disattendendo una norma "inoperativa", hanno dato vita ad una clausola non conforme al precetto normativo, quest'ultimo sì sovrappone alla autonomia delle parti (altrimenti sovrana) e, d'imperio, sostituisce la clausola voluta dalle parti stesse con altra, diversa, conforme a legge.

Pacifico quanto precede è palese la non riferibilità dei richiamati principi nel caso di specie, atteso che non si è mai dubitato, in causa, che allorché le parti hanno concluso (nel 1986) il contratto di assicurazione per cui è controversia, le stesse si sono puntualmente attenute ai precetti normativi all'epoca vigenti.

Né può invocarsi che successivamente (in particolare nel 1991) il quadro normativo è mutato e, conseguentemente, quelle pattuizioni in precedenza conformi a legge si sono poste in contrasto con questa, da cui la necessità della loro sostituzione con le "nuove" clausole contrattuali.

Non disponendo - infatti - la legge che per l'avvenire e non avendo la stessa effetto retroattivo (cfr. art. 11, comma 1, preleggi) è evidente che l'operatività delle nuove clausole poteva, eventualmente, valere con riguardo al periodo successivo alla sentenza n. 188 del 1991 della Corte costituzionale, ma non certamente con rìguardo agli effetti già prodotti dal contratto stesso.

Né - ancora - è pertinente, al fine di pervenire ad una diversa conclusione, il richiamo all'insegnamento contenuto in Cass. 25 agosto 1989, n. 3780, atteso che la stessa ha affermato un principio totalmente diverso, rispetto a quello invocato dall'attuale ricorrente.

Detta sentenza, infatti, lungi dall'affermare che norme imperative sopravvenute incidono retroattivamente sui contratti in corso alla data della loro entrata in vigore, modificandone gli effetti già prodottisi (sotto il vigore della previgente disciplina), si è limitata a statuire che le norme imperative sopravvenute, devono, "per il futuro", trovare applicazione anche nei contratti "in corso".

Ne segue, pertanto, come ampiamente esposto nelle pagine precedenti, che pur nella eventualità nessuna delle parti interessate abbia disdettato il contratto di assicurazione per cui è controversia alla data della sua scadenza (24 aprile 1986), sì che lo stesso, per effetto di una serie ininterrotta di rinnovazioni possa considerarsi ancora "in corso" alla data della sentenza 2 maggio 1991 della Corte costituzionale, la circostanza è irrilevante al fine del decidere e di pervenire ad una diversa soluzione della lite.

Come - infatti - una norma imperativa che ponga un "limite" ai canoni dei contratti di locazione, o al corrispettivo dovuto per certi servizi, non dà diritto - salva espressa diversa previsione legislativa -a colui che ha corrisposto un canone o un corrispettivo eccedente il nuovo limite legale, di ripetere - con riguardo a prestazioni già ricevute nel passato - quanto pagato in eccesso - ancorché tali corrispettivi siano stati pagati in forza di un contratto che per non essere ancora scaduto o per essersi -rinnovato ex lege è ancora in vigore alla data della nuova normativa, analogamente la più volte ricordata pronunzia di illegittimità costituzionale Corte cost. 2 maggio 199 1, n. 188 non è idonea a modificare quelli che erano i diritti e gli obblighi delle partì anteriormente alla sua pronunzia.

Esattamente, pertanto, come dimostrato sopra, i giudici di merito, con riferimento al periodo 24 aprile 1986-24 aprile 1987, hanno affermato che non erano coperti da assicurazione i sinistri indicati nell'art. 4, lett. b) legge n. 990 del 1969 nel testo allora vigente e l'assicurato non era tenuto al pagamento di alcun premio per tali sinistri.

6. - Con il terzo motivo denunciando "violazione e falsa applicazione dell'art. 18, legge n. 990 dei 1969 e dell'art. 4 della stessa legge n. 990 del 1969, come sostituito dall'art. 28 della L. 19 febbraio 1992 n. 142, nonché della direttiva dei Consiglio della comunità economica europea n. 84/5/CEE" e "omessa e contraddittoria motivazione in relazione all'art. 360 nn. 3 e 5 c.p.c." il ricorrente censura la sentenza gravata nella parte in cui la stessa ha affermato che l'estensione della garanzia ai danni subiti dai parenti trasportati si sostanzia in un ulteriore rischio e, quindi, in un diverso oggetto del contratto e non in una eccezione derivante dal contratto, con conseguente inapplicabilità della norma sopravvenuta.

Osserva - al riguardo - il ricorrente che la polizza assicurativa interpartes prevedeva la copertura assicurativa anche per i terzi trasportati a qualsiasi titolo e, per l'effetto, anche di esso concludente, all'epoca minore, trasportato dal genitore.

Comunque, evidenzia il ricorrente, erroneamente i giudici del merito non hanno fatto applicazione dell'art. 28 della L. 19 febbraio 1992 n. 142 che, in attuazione della sentenza n. 188/5 dei Consiglio delle Comunità Europee ha riscritto il testo dell'art. 4 della legge 24 dicembre 1969, n. 990.

7. - Al pari dei precedenti il mezzo non può trovare accoglimento.

Sotto nessuno dei profili in cui si articola.

7. 1. - Quanto al primo "la polizza assicurativa inter partes prevedeva la copertura assicurativa anche per i terzi trasportati a qualsiasi titolo e, per l'effetto, anche di esso concludente, all'epoca minore, trasportato dal genitore" la censura deve disattendersi atteso che è pacifico - in causa - che la polizza era stata stipulata con il rispetto delle previsioni contenute nella legge 24 dicembre 1969, n. 990.

Non prevedendo (anzi, escludendo espressamente) all'epoca in cui il contratto di assicurazione è stato concluso - la legge n. 990 del 1969 che avessero diritto ai benefici derivanti dai contratti di assicurazione obbligatoria stipulata a norma della stessa legge, tra l'altro, i discendenti legittimi conviventi con l'assicurato, è palese che esattamente i giudici dei merito hanno negato il diritto al risarcimento in capo all'attuale ricorrente.

Irrilevante, al fine di pervenire ad una diversa conclusione, è la circostanza che successivamente alla conclusione del contratto (ed alla cessazione dei suoi effetti), sia intervenuta una modifica normativa (per effetto della più volte ricordata sentenza della Corte costituzionale n. 188 dei 1991) in forza della quale i benefici della assicurazione di cui alla legge n. 990 del 1969 sono stati estesi anche ai congiunti dei trasportati.

Non può - infatti - al riguardo, non ribadirsi, in applicazione dei principi generali in tema di autonomia contrattuale e in conformità ad una giurisprudenza più che consolidata di questa Corte regolatrice, che qualora il contratto di assicurazione determini il rischio oggetto di copertura assicurativa con esplicito riferimento al contenuto di una norma di legge, la nonna medesima viene recepita con il valore di patto negoziale.

Ne segue, pertanto, che la sua eventuale successiva modificazione, ancorché per effetto di declaratoria di totale o parziale illegittimità costituzionale, non può di per sè comportare variazioni del rischio assicurato.

(In termini, ad esempio, Cass. 28 agosto 1978, n. 4008, resa - in una fattispecie sotto molti aspetti identica alla presente – con riguardo a contratto di assicurazione della responsabilità civile del datore di lavoro, per infortuni sul lavoro dei suoi dipendenti, stipulato con riferimento ai casi previsti dall'art. 4 R.D. 17 agosto 1935 n. 1765, poi riprodotto dall'art. 10 D.P.R. 30 giugno 1965 n. 1124).

7.2. - Sempre con il terzo motivo, sotto altro profilo, si censura - come anticipato - la sentenza gravata per non avere fatto applicazione dell'art. 28 della L. 19 febbraio 1992 n. 142 che, in attuazione della sentenza n. 188/5 dei Consiglio delle Comunità Europee ha riscritto il testo dell'art. 4 della legge 24 dicembre 1969, n. 990.

La nuova normativa, assume il ricorrente, contenente disposizioni a carattere obbligatorio e inderogabile è immediatamente applicabile, anche ai sensi dell'art. 1339 c.c., alla

presente controversia in corso.

L'assunto è infondato, atteso che contrasta con quello che è lo stesso tenore letterale della legge 19 febbraio 1992, n. 142, recante disposizioni per l'adempimento di obblighi derivanti dall'appartenenza dell'Italia alle Comunità Europee (legge comunitaria per il 1991) che all'art. 32, sotto il titolo "Decorrenza dell'efficacia", precisa: "le disposizioni di cui agli artt. 27, 28, 29, 30, comma 2, e 31 acquistano efficacia a decorrere dal secondo mese successivo alla data di entrata in vigore della presente legge".

Esattamente - pertanto - i giudici dei merito non hanno applicato - al fine di accertare il contenuto, di un contratto stipulato nel 1986 per la durata di un anno, una disposizione normativa entrata in vigore circa sei anni dopo (cioè nel 1992) che, per espressa volontà legislativa, non solo non contiene alcuna deroga al principio generale della irretroattività della legge, posto dall'art. Il preleggi, ma che - al limite - prevede un termine di vacatio legis maggiore di quello fissato, in linea generale, dall'art. 73, comma 3, Cost.

In base ai principi che regolano la successione delle leggi nel tempo come noto qualsiasi contratto deve essere interpretato (sia al fine di determinarne la eventuale illiceità e, reciprocamente, la validità, sia per accertarne il contenuto, anche - per ipotesi - ex art. 1339 c.c.) sulla base della normativa in vigore al momento della sua conclusione (cfr., ad esempio, Cass. 21 ottobre 1994, n. 8651, nonché Cass. 21 febbraio 1995, n. 1877).

8. - Con il quarto, e ultimo motivo il ricorrente denunziando "violazione dell'art. 92 c.p.c. in relazione all'art. 360 n. 3 c.p.c." assume, da una parte, che "per quanto esposto si appalesa errata la conferma della sentenza di primo grado in ordine alle spese che andavano poste a carico della controparte per il doppio grado", dall'altra, che "quanto meno in considerazione dei giusti motivi ritenuti sussistenti, per la compensazione delle spese in grado di appello la Corte territoriale avrebbe dovuto analogamente ritenerli validi per riformare in tale senso la sentenza dei tribunale e per disporre la compensazione delle spese tra le parti anche per il primo grado del giudizio".

9. - Al pari dei precedenti il motivo non può trovare accoglimento.

Sotto nessuno dei due profili in cui si articola.

9. 1. - Quanto al primo (obbligo della corte del merito di porre a carico di controparte le spese di entrambi i gradi del giudizio, attesa l'infondatezza degli assunti da questa fatti valere e, per l'effetto, la sua "soccombenza" ex art. 91 c.p.c.), lo stesso deve disattendersi atteso che in realtà come risultato anche a seguito del rigetto dei precedenti motivi di ricorso - la Polaris Assicurazioni spa lungi dal risultare, in esito al lungo giudizio che l'ha vista contrapposta a Fonte Antonino, soccombente e, quindi, tenuta al pagamento delle spese di lite, ha sempre visto accogliere le proprie conclusioni.

9.2. - In merito al secondo profilo non può non ribadirsi che in terna di spese processuali, la statuizione sulle spese adottata dal giudice di merito è sindacabile in sede di legittimità nei soli casi di violazione del divieto, posto dall'art. 91 c.p.c., di porre anche parzialmente le spese a carico della parte vittoriosa o nel caso di compensazione delle spese stesse fra le parti adottata con motivazione illogica o erronea.

In ogni altro caso, e in particolare ove il giudice, pur se in assenza di qualsiasi motivazione, abbia compensato le

GIURISPRUDENZA

spese o al contrario le abbia poste a carico del soccombente, anche disattendendone la espressa sollecitazione a disporne la compensazione, la statuizione è insindacabile in sede di legittimità, stante l'assenza di un dovere del giudice di motivare il provvedimento adottato, senza che al riguardo siano configurabili dubbi di illegittimità costituzionale per contrasto con l'art. 111 Cost. (Cass. 10 giugno 1997, n. 5174. Sempre nello stesso senso, Cass. 12 marzo 1999, n. 2216; Cass. 29 aprile 1999, n. 4347).

Pacifico quanto sopra e pacifico che nella specie non risulta violato né un principio (non essendo state poste a carico della parte totalmente vincitrice le spese di causa), né l'altro (non essendo stati enunciati, a fondamento del provvedimento relativo alle spese di causa, motivi illogici o erronei), è palese la inammissibilità della deduzione in esame.

10. - Risultato infondato in ogni sua parte, il proposto ricorso, in conclusione, deve essere rigettato.

Sussistono giusti motivi onde disporre, tra le parti costituite, la compensazione delle spese di questo giudizio di legittimità. (Omissis).