DETERMINAZIONE DELL’ASSEGNO DIVORZILE

Di seguito si pubblicano due sentenze della Corte di Cassazione (n.7541 del 13 aprile 2001 e n.6017 del 24 aprile 2001) che riportano alcuni dei criteri utilizzabili dai giudici per determinare l’importo dell’assegno da corrispondere a titolo di alimenti o mantenimento.

 

 

SEPARAZIONE TRA CONIUGI, ASSEGNO DI MANTENIMENTO, VALUTAZIONE DEGLI ONERI ECONOMICI A CARICO DEL CONIUGE OBBLIGATO, DERIVANTI DAL MANTENIMENTO DI FIGLI NATURALI NATI DA RELAZIONE EXTRACONIUGALE

 

Cassazione Civile, Sentenza n.6017 del 24 aprile 2001

(Sezione Prima Civile - Presidente A. Rocchi - Relatore M. Adamo)

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con ricorso notificato in data 1.3.1991 G. F. conveniva avanti al Tribunale di Roma la moglie S. C. per sentir pronunziare la separazione personale dei coniugi, con addebito alla convenuta.

Costituitasi in giudizio la C. chiedeva a sua volta che la separazione fosse addebitata al marito, a causa di una relazione extraconiugale da questi intrattenuta con altra signora; che le fosse assegnata la casa coniugale e che fosse posto a carico del F. l'onere di corrisponderle a titolo di assegno di mantenimento un assegno mensile di L. 10.000.000, da rivalutarsi annualmente sulla base degli indici Istat.

In via subordinata, qualora la casa coniugale fosse assegnata al F., la C.chiedeva un ulteriore somma di £ 4.000.000 mensili, da destinarsi al pagamento del canone di locazione di altra abitazione.

Il Tribunale di Roma, con sentenza in data 7.3.1997 pronunziava la separazione personale delle parti, senza addebito, assegnava la casa coniugale al F., a carico del quale poneva l'onere di corrispondere alla moglie a titolo di mantenimento la somma di £ 4.500.000 mensili dal 1991 e di £ 4.000.000 mensili dal dicembre 1995, somme da rivalutarsi annualmente sulla base degli indici Istat dei prezzi al consumo per le famiglie di operai ed impiegati.

Avverso tale sentenza proponeva appello Suzanne C.lamentando erronea valutazione delle risultanze probatorie in relazione sia alla richiesta di addebito

della separazione al marito che all'ammontare dell'assegno di mantenimento richiesto; a tale titolo chiedeva nuovamente la liquidazione di un assegno di L. 10.000.000 al mese oltre a £ 4.000.000 per il pagamento del canone di locazione dell'abitazione.

Costituitosi in giudizio il F. resisteva al gravame e proponeva a sua volta appello incidentale, finalizzato ad ottenere dichiarazione di addebito alla moglie a causa dei comportamenti provocatori punitivi e non solidali posti in essere da questa, durante la convivenza, e la riduzione dell'assegno di mantenimento, avendo il Tribunale fondato il suo convincimento su presunzioni piuttosto che su prove effettive.

Con sentenza in data 28.10.1999 la Corte di appello di Roma, in parziale modifica della sentenza di primo grado, determinava in L. 6.000.000 mensili l'ammontare dell'assegno di mantenimento dovuto in favore della C.a decorrere dal dicembre 1995; respingeva per il resto l'appello principale e l'appello incidentale e poneva a carico del F. le spese dei due gradi di giudizio svoltisi.

Per la cassazione della sentenza della Corte di appello propone ricorso, fondato su due motivi, illustrati con memoria, S. C.

Resiste con controricorso G. F. che propone anche ricorso incidentale fondato su due motivi.

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con il primo motivo la ricorrente lamenta violazione e omessa applicazione dell'art. 151 comma 2 c.c. nonchè falsa ed erronea motivazione in relazione all'art. 360 nn 3 e 5 c.p.c.

Assume che la Corte territoriale in base ad un riesame delle risultanze istruttorie ha ritenuto non risultasse la prova che il fallimento del matrimonio delle parti fosse addebitabile al F..

Tale conclusione è in contrasto con le prove acquisite nel corso dell'istruttoria, svoltasi in primo grado, ed in particolare con la fattura dell'Hotel Shilla di Seoul intestata al F. dalla quale si desume che lo stesso , nel periodo compreso fra il 19-22.11.1999 ha telefonato quotidianamente alla sig.ra Sebasti, con la quale è poi andato a convivere, subito dopo il provvedimento presidenziale che imponeva alla C.di lasciare la casa coniugale.

Un anno dopo dall'unione del F. con la S. nasceva una bambina.

Tali circostanze non sono state tenute presenti dalla Corte di appello che, al contrario, ha dato rilevanza alle dichiarazioni rese dai testi Zanin e Scalia amici del F. i quali hanno formulato considerazioni e non indicato fatti, attribuendo il fallimento dell'unione alle differenze caratteriali dei coniugi e alla circostanza che la C., cittadina americana, non si era mai abituata al modo di vivere italiano.

Inoltre la Corte territoriale, secondo la prospettazione della ricorrente non ha tenuto conto, ai fini dell'addebitabilità, della condotta ingiuriosa e violenta del F., evidenziata e descritta dalla madre della ricorrente sig.ra K..

Con il secondo motivo la ricorrente censura l'impugnata sentenza per erronea applicazione dell'art. 156 c.c. nonchè per omesso esame degli atti di causa in relazione all'art. 360 nn 3 e 5 c.p.c.

Rileva che la Corte territoriale, nel determinare l'ammontare dell'assegno di mantenimento richiesto in L. 14.000.000 al mese, non ha tenuto conto dell'alto reddito percepito dal F. e dell'elevato tenore di vita della coppia, in costanza di matrimonio, agevolmente desumibile dai documenti versati in atti, non adeguatamente valutati dalla Corte di merito.

Con il controricorso il F. ha eccepito l'inammissibilità del ricorso principale, per avere la ricorrente dedotto censure attinenti alla motivazione, inammissibili nel giudizio ex art. 111 della Costituzione.

Preliminarmente va esaminata l'eccezione di inammissibilità del ricorso principale sollevata dal controricorrente.

Al riguardo va rilevato che avverso la sentenza della Corte di appello che abbia deciso in ordine alla separazione personale dei coniugi è ammissibile l'ordinario ricorso per cassazione ai sensi dell'art. 360 c.p.c. così come previsto dall'art. 325 c.p.c. a nulla rilevando che il procedimento si sia svolto nelle forme del processo camerale.

Invero ciò che rileva è che tale giudizio si sia concluso con sentenza e non con decreto, posto che solo per tale ultimo tipo di provvedimento non è previsto uno specifico mezzo di impugnazione, per cui solo in relazione allo stesso, trovando applicazione lo sbarramento previsto dall'art. 739 c.p.c., qualora abbia i requisiti della decisorietà e definitità, può essere proposto ricorso per cassazione ai sensi dell'art. 111 della Costituzione, mentre contro la sentenza pronunziata dalla corte di appello, a seguito di impugnazione avverso provvedimento del tribunale, non trovando applicazione l'indicato art. 739 c.p.c., può essere proposto l'ordinario ricorso per cassazione ai sensi del combinato disposto degli artt. 325 e 360 c.p.c.

Consegue che il ricorrente, poteva liberamente dedurre vizi della motivazione, senza dovere contenere le censure nei limiti previsti per il ricorso ex art. 111 della Costituzione sempre che le censure attenessero a vizi dell'iter argomentativo adottato dal giudice e non riproponessero questioni di merito, inammissibili comunque nel giudizio di legittimità.

L'eccezione di inammissibilità del ricorso solleva F. con il controricorso va quindi disattesa.

Ciò premesso si osserva che il ricorso è infondato e va pertanto respinto.

Invero riguardo al primo motivo si osserva che la Corte territoriale, ai fini dell'addebitabilità del fallimento del matrimonio delle parti, ha precisato, in punto di diritto, che la condotta disdicevole e contraria agli obblighi nascenti dal matrimonio di uno dei coniugi, in tanto rileva in quanto sia stata la causa della rottura del rapporto matrimoniale.

In base a tale esatto principio di diritto, più volte ribadito da questa Corte Suprema, il giudice di merito ha accertato, con motivazione esente da vizi logici, sulla base della deposizione del teste che la relazione esistente fra il F. e la sig.ra S. è sorta dopo la separazione dei coniugi pervenendo alla conseguenziale conclusione che la relazione fra il controricorrente e la sig.ra S. non potesse, per tale motivo, essere la causa del fallimento dell'unione.

Tale considerazione della Corte di merito, nell'ambito della motivazione da questa adottata, si fonda quindi su un fatto, indicazione da parte del teste S. del momento in cui è nata la menzionata relazione, e non su valutazioni espresse dai testi, come erroneamente sostenuto dalla ricorrente.

Parimenti su fatti e non su considerazioni la Corte territoriale ha ritenuto non provata l'esistenza di ingiurie e violenze attribuibili al F. essendo state tali circostanze escluse dai testi escussi Z. e soprattutto C., cognato delle parti, ed affermate dalla teste K. la cui deposizione non è stata ritenuta dal giudice di merito rilevante ed attendibile, nell'esercizio di un suo potere discrezionale, esternato con motivazione immune da vizi logici.

Parimenti infondato è altresi il secondo motivo dell'appello principale.

Consegue che il motivo testè esaminato si sostanzia quindi, in ultima analisi, nella prospettazione di una diversa interpretazione delle risultanze processuali, inammissibile nel giudizio di legittimità.

Il primo motivo va quindi respinto.

Invero la Corte territoriale al contrario di quanto assunto dalla ricorrente ha esaminato il reddito del F. relativamente agli anni 1995-1997, ha tenuto conto dell'uso gratuito dell'abitazione di cui questi poteva godere, ha accertato che la posizione economica ricostruita all'atto della pronunzia era esistente anche durante il rapporto matrimoniale, ha confrontato le indicate risultanze con la situazione reddituale della C., tenendo conto anche del costo della vita negli USA ed ha determinato in £ 6.000.000 mensili l'ammontare dell'assegno di mantenimento dovuto alla ricorrente, facendo uso di un potere discrezionale, non censurabile in tale sede in quanto esente da vizi logici.

Pertanto considerato che la Corte territoriale ha valutato, dandone conto, le circostanze indicate dalla C., le censure da questa mosse si sostanziano nella semplice proposizione di una diversa valutazione delle risultanze istruttorie al fine di ottenere una maggiore quantificazione dell'assegno di mantenimento, come se il giudizio di cassazione si potesse configurare come un terzo grado di giudizio di merito.

Il ricorso principale va quindi interamente respinto.

Passando quindi all'esame del primo motivo del ricorso incidentale, si osserva che tale motivo è articolato in quattro censure che vanno partitamente esaminate.

Rileva infatti il ricorrente incidentale con la prima censura del primo motivo del suo ricorso, che con l'appello incidentale aveva richiesto che l'assegno dì mantenimento, se dovuto, fosse contenuto nella misura di L.1.200.000 mensili, a far data dalla domanda, o in subordine che venisse attuata una riduzione progressiva dell'assegno stesso, tenuto conto dell'effettivo stipendio percepito da esso onerato e delle sue insorgenti necessità di vita.

Su tale domanda di rideterminazione dell'assegno la Corte di appello non ha svolto motivazione alcuna, come se la domanda non fosse stata proposta.

Con la seconda censura rileva che i calcoli relativi al reddito del F. per gli anni 1996 e 1997 sono errati posto che la Corte territoriale ha detratto dal reddito lordo solo le ritenute alla fonte e non anche l'imposta lorda dovuta, come avrebbe dovuto, tenuto conto che oltre ai redditi da lavoro dipendente erano denunziati anche redditi da lavoro autonomo.

Il giudice di merito non ha inoltre valutato l'obbligo del F. di mantenere i figli G. e G., nati dalla relazione con la sig.ra S. e la stessa convivente priva di di redditi.

Con la terza censura deduce che la Corte di appello deciso, senza avere a disposizione alcun documento e attestasse gli effettivi redditi americani della C., svolgendo una disamina della situazione reddituale della ricorrente che si ferma al 1994.

Infine con la quarta censura rileva che la Corte, errando nella disamina dei documenti versati in atti, non ha tenuto conto che in costanza di matrimonio il reddito del F. oscillasse fra i sei e gli otto milioni al mese e che ad ogni uscita dal c/c del controricorrente corrispondeva una rimessa prelevata dal c/c del padre per cui l'effettivo tenore di vita della coppia era sensibilmente inferiore a quello ritenuto dal giudice di merito.

Le indicate censure, sono fondate nei limiti che saranno in prosieguo precisate e vanno pertanto accolte in tali limiti.

Rispetto alla prima censura si osserva che la Corte territoriale ha determinato la decorrenza dell'assegno di £ 6.000.000 dal 1995 sulla base della documentazione (dichiarazione dei redditi degli ultimi tre anni a decorrere dal 1995) prodotta dal F., implicitamente ritenendo che l'appellante incidentale non avesse adeguatamente documentato la propria richiesta, diretta ad ottenere una diminuzione quanto meno, graduale dell'assegno di mantenimento.

Trattasi di valutazione di merito non censurabile in cassazione.

La prima censura va quindi respinta.

Inammissibile al contrario deve ritenersi parte della seconda censura anch'essa articolata in due doglianze.

Infatti con la prima parte di tale censura il ricorrente incidentale deduce argomenti che possono formare oggetto di domanda di revocazione ma non di ricorso per cassazione, posto che lamenta che la Corte territoriale abbia deciso in base a errore di fatto desumibile da documenti versati in atti che, se esattamente valutati, con esclusione del lamentato errore di fatto, avrebbero determinato una diversa decisione.

Fondata al contrario deve ritenersi la seconda parte della censura attinente all'omessa valutazione da parte del giudice di merito degli oneri di mantenimento dei figli e della compagna di vita, gravanti sul F.

Invero dovendo la Corte territoriale determinare, in base all'art. 156 c.c.. l'ammontare dell'assegno di mantenimento in relazione ai redditi dell'onerato, non poteva esimersi dal considerare che il controricorrente, doveva e deve necessariamente mantenere, in misura consona al suo tenore di vita, i figli nati dalla sua relazione con la sig.ra S., in base al combinato disposto di cui agli artt. 261 e 147 c.c..

Di tali circostanze idonee ad incidere sui redditi del F., il giudice di merito non ha tenuto conto talchè la relativa censura va accolta.( Cass. civ. 29.10.1999 n. 12182)

Non influente al contrario deve ritenersi il preteso onere di mantenimento della sig.ra S., considerato che il mantenimento della compagna, sia pure convivente more uxorio, non può allo stato della vigente legislazione incidere negativamente sul diritto della moglie al mantenimento, previsto dall'art. 156 comma 1 c.c., non esistendo norma che imponendo il mantenimento della convivente, costituisca possibile controbilanciamento del diritto nascente dal richiamato art. 156 comma 1 c.c. in favore della consorte legittima.

Infondata è al contrario la terza censura, con la quale il F. osserva che la Corte territoriale ha deciso in ordine all'impossidenza della C. senza rilevare che la documentazione da questa prodotta si fermava al 1994, mentre la documentazione prodotta da esso ricorrente incidentale comprendeva anche il 1998.

Invero va rilevato che questa Corte Suprema ha già precisato che al fine dell'apprezzamento della disparità economica dei coniugi non è necessaria la determinazione dell'esatto ammontare, in termini numerici, dei redditi di ciascuno, essendo sufficiente un'attendibile ricostruzione delle situazioni economiche degli stessi e delle relative prospettive.

Sulla base di tale principio, enunciato e tenuto presente dal giudice di merito, la Corte territoriale ha accertato che la C., ex top model, aveva ormai 42 anni e non poteva più esercitare proficuamente il suo precedente lavoro per cui stava cercando di riconvertirsi lavorativamente frequentando, dei corsi universitari, circostanze queste che escludevano, salva la prova contraria, non fornita dal F., la possibilità per la ricorrente di procurarsi nel breve periodo redditi maggiori di quelli accertati con riferimento al 1994.

Tale argomentazione, logica ed immune da vizi logici, è altresì conforme a diritto e va pertanto confermata.

Inammissibile deve ritenersi infine la quarta censura del primo motivo con la quale viene censurato l'accertamento del reddito percepito dal FormI'llI' durante il, matrimonio e quindi l'accertamento del tenore di.vita qO'duto dai coniugi.

Al riguardo si ossereva in particolare che il ricorrente incidentale lamenta che la Corte territoriale non abbia tenuto conto che dalla documentazione versata in atti, non specificamente indicata, risultava che negli anni 1989/1990 il reddito del F. ammontava a sei/otto milioni al mese e che il, tenore di vita dei coniugi era incrementato da elargizioni del padre del F., effettuate specialmente in occasione dei lavori di ristrutturazione della casa adibita ad abitazione della coppia.

La censura, come su sintetizzata, incentrandosi sull'inesistenza di un tenore di vita particolarmente elevato, propone una interpretazione delle risultanze istruttorie diversa da quella effettuata dalla Corte territoriale, chiedendo sostanzialmente un accertamento di fatto non consentito nel giudizio di legittimità.

Il ricorrente incidentale infatti non evidenzia vizi del ragionamento posto dalla Corte distrettuale a fondamento della propria decisione ma lamenta che la ricostruzione dei fatti, dalla Corte effettuata, sia diversa da quella ritenuta esatta, proponendo quindi, in ultima analisi, una diversa ricostruzione dei fatti stessi, possibile solo nel giudizio di merito.

La quarta censura va quindi dichiarata inammissibile.

Il primo motivo del ricorso incidentale va pertanto accolto solo nei limiti su precisati.

Riguardo al secondo motivo del ricorso incidentale, attinente alla liquidazione delle spese del giudizio di appello si osserva che tale motivo va dichiarato assorbito posto che il giudice di rinvio, al termine del giudizio, che si svolgerà avanti a lui, dovrà procedere ad una nuova liquidazione delle spese, tenuto conto dell'esito globale della lite.

Pertanto in accoglimento, per quanto di ragione, del primo motivo del ricorso incidentale l'impugnata sentenza va cassata in relazione alla censura accolta, con rinvio alla Corte di appello di Roma, diversa sezione anche per la liquidazione delle spese del giudizio di cassazione.

PER QUESTI MOTIVI

riunisce i ricorsi, rigetta il ricorso principale, accoglie, per quanto di ragione, il ricorso incidentale cassa l'impugnata sentenza, in relazione alla censura accolta, e rinvia alla Corte dì appello di Roma, diversa sezione anche per le spese del giudizio di cassazione.

 

 

 

 

ASSEGNO DIVORZILE - CRITERI DI DETERMINAZIONE

 

Cassazione Civile Sentenza n.7541 del 13 aprile 2001

(Sezione Prima Civile - Presidente A. Rocchi - Relatore M. Bonomo)

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con ricorso del 26 giugno 1990, ex art. 4 della legge l° dicembre 1970 n. 898, L. G. chiedeva che il Tribunale di Perugia dichiarasse la cessazione degli effetti civili del matrimonio celebrato il 6 settembre 1975 con M. C., dalla quale si era consensualmente separato nel 1986.

La C. si costituiva in giudizio aderendo alla domanda, ma chiedendo l'attribuzione di un assegno di divorzio di lire 2.000.000 mensili, annualmente rivalutabili.

Il Presidente del Tribunale confermava in via provvisoria l'assegno concordato in sede di separazione (lire 550.000 mensili) disponendone la rivalutazione annuale secondo gli indici ISTAT.

Il Tribunale pronunciava la cessazione degli effetti civili del matrimonio e, con sentenza definitiva del 28 febbraio - 17 aprile 1997, assegnava alla moglie la somma mensile di lire 950.000, annualmente rivalutabile.

Con sentenza del 20 maggio - 30 giugno 1999, la Corte di appello di Perugia confermava la decisione di primo grado, respingendo le impugnazioni proposte dalle parti. osservava, in particolare, per quanto rileva in questa sede:

a) che l'assegno dì divorzio ha carattere assistenziale e spetta all'ex coniuge che non ha mezzi adeguati in relazione al tenore di vita goduto o che avrebbe potuto godere, in costanza di matrimonio;

b) che nella specie era evidente la sproporzione economica risultando dalla documentazione in atti che il G., noto avvocato del Foro perugino, con importanti cariche pubbliche, aveva denunciato per l'anno 1993 un reddito di circa tre volte superiore a quello della ex moglie, la quale, benché laureata, era dipendente, a reddito fisso, di un'industria;

c) che, ai fini della quantificazione dell'assegno, doveva tenersi conto che il matrimonio era durato dieci anni, che le ragioni della decisione era imputabili al marito e che quest'ultimo si era formato una famiglia ed aveva due figli;

d ) che appariva equo l'assegno stabilito dai primi giudici.

Avverso la sentenza d'appello L. G.ha proposto ricorso per cassazione sulla base di due motivi.

Marisa C. ha resistito con controricorso.

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. Con il primo mezzo d'impugnazione il ricorrente lamenta violazione e falsa applicazione dell'art. 5 comma 6 della n. 898 del 1970, come modificato dalla legge 6.3.1987 n. 74, anche in relazione a quanto disposto dall'art. 2697 c.c., nonché omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione su un punto decisivo della controversia.

1.1. Essere avvocato non è di per sé indice di agiatezza e non comporta, senza necessità di ulteriori dimostrazioni, l'applicazione di un assegno di mantenimento a favore dell'altro coniuge, come invece ritenuto dal Tribunale e recepito dalla Corte di merito, in modo assolutamente superficiale, omettendo di valutare il materiale probatorio raccolto. Le ragioni della decisione valgono ai fini della determinazione dell'assegno ma non ai fini del riconoscimento del diritto all'assegno per cui vale il solo criterio assistenziale, con la conseguenza che l'accertamento della sussistenza di tali ragioni diventa superfluo quando risulti che il coniuge richiedente fruisca di mezzi adeguati. Nella specie, i redditi della C. erano sufficienti a conservarle il tenore di vita che ella aveva in costanza di matrimonio ovvero a permetterle lo svolgimento di una vita agiata e serena. Nel 1993 lo stipendio annuo della C. era di circa lire 58.000.000, pari al reddito del G. al momento della cessazione della convivenza, sicché non vi era uno squilibrio tra i redditi. Il giudice di merito si era limitato ad affermare che la C. non poteva più avere lo stesso tenore di vita goduto in costanza di matrimonio, senza che ella, su cui gravava il relativo onere, avesse dimostrato quale fosse stato tale tenore di vita e che fosse intervenuto un apprezzabile deterioramento di esso a causa dell'inadeguatezza dei propri mezzi. Né, secondo la giurisprudenza, il deterioramento poteva desumersi dalla mera circostanza di un sensibile divario di condizioni reddituali in danno del coniuge richiedente, specie quando il reddito di quest'ultimo, ancorché inferiore a quello dell'altro, sia in assoluto di importo elevato. Il G. dopo la separazione non aveva mutato le proprie condizioni di vita e si era limitato ad acquistare una casa di abitazione, grazie alla vendita di altri immobili pervenuti per successione, alla stipula di un mutuo ed all'aiuto economico dell'attuale moglie. La vendita di beni immobili pervenuti in eredità dopo il divorzio non costituisce un elemento determinativo del tenore di vita non essendo tale evento collegato in alcun modo alla situazione di fatto ed alle aspettative maturate nel corso del matrimonio.

2. Il motivo non è fondato.

2.1. L'accertamento del diritto all'assegno divorzile (di carattere esclusivamente assistenziale) va effettuato verificando l'inadeguatezza dei mezzi (o l'impossibilità di procurarseli per ragioni oggettive) del coniuge richiedente, raffrontata, ad un tenore di vita analogo a quello avuto in costanza di matrimonio e che sarebbe presumibilmente proseguito in caso di C.nuazione dello stesso o che poteva legittimamente e ragionevolmente fondarsi su aspettative maturate nel corso del rapporto, fissate al momento del divorzio. Tale accertamento va compiuto mediante una duplice indagine, attinente all' "an" ed al "quantum", nel senso che il presupposto per la concessione dell'assegno è costituito dall'inadeguatezza dei mezzi del coniuge richiedente (comprensivi di redditi, cespiti patrimoniali ed altre utilità di cui possa disporre) a conservare un tenore di vita analogo a quello goduto in costanza di matrimonio, non essendo necessario uno stato di bisogno dell'avente diritto (il quale può essere anche economicamente autosufficiente) e rilevando, invece, l'apprezzabile deterioramento, in dipendenza del divorzio, delle precedenti condizioni economiche (Cass. 17 marzo 2000 n. 3101; cfr. pure Cass. 22 giugno 199 n. 6307, 29 ottobre 1999 n. 12182).

2.2. Secondo quanto già affermato da questa Corte, il coniuge che richiede l'assegno divorzile, per provare che la sua situazione patrimoniale e reddituale non consente la conservazione di un tenore di vita analogo a quello mantenuto in costanza di matrimonio, ha l'onere di fornire la dimostrazione della fascia socio-economica di appartenenza della coppia all'epoca della convivenza e del relativo stile di vita adottato "manente matrimonio", nonché l'attuale situazione economica (Cass. 16 giugno 2000 n. 8225; vedi pure Cass. 8 febbraio 2000 n. 1379, 28 luglio 1999 n. 8183, 21 agosto 1997 n. 7799).

2.3. Nel caso in esame, la Corte territoriale, dopo aver osservato che l'assegno ha carattere assistenziale e riequilibrativo e che l'adeguatezza dei mezzi va valutata non in relazione al parametro di una vita autonoma e dignitosa, ma al tenore di vita goduto, o che avrebbe potuto godersi, in costanza di matrimonio, ha preso come riferimento temporale l'anno 1993, e cioè un'epoca in cui i coniugi erano già separati (dal 1986) ed era pendente (dal 1990) il giudizio di divorzio. La Corte di appello si è espressa nei seguenti termini: "Nella specie risulta dalla documentazione in atti che il G. - noto avvocato del Foro perugino, con importanti cariche pubbliche - ha denunciato per l'anno 1993 un reddito di circa tre volte superiore a quello della ex moglie, la quale è, benché laureata, pur sempre una lavoratrice a reddito fisso, dipendente da un'industria. Evidente è quindi la odierna sproporzione economica della donna rispetto alla disponibilità economica di cui poteva godere in costanza di matrimonio ed evidente è il conseguente inferiore tenore di vita odierno della stessa".

2.4. Pur se la Corte territoriale ha fatto riferimento ai redditi delle parti nel 1993, quando i coniugi erano già separati, essa ha evidentemente ritenuto, per il tipo di posizione acquisita dal G., che tale situazione non fosse dovuta a fatti sopravvenuti i quali fossero estranei alle aspettative già presenti durante la convivenza matrimoniale. E' evidente, infatti, che la qualità di "noto avvocato del Foro perugino, con importanti cariche pubbliche" si acquisisce nel tempo a meno che non intervengano fattori eccezionali, che nel caso in esame non risultano però nemmeno dedotti.

3. Con il secondo motivo (indicato con il n. 3) il ricorrente denuncia violazione e falsa applicazione di quanto disposto dall'art. 2697 c.c., anche per omessa ed insufficiente motivazione su di un punto decisivo della controversia.

3.1. Per dimostrare, senza invertire l'onere della prova, che la C. non aveva diritto all'assegno di divorzio, sia perché percepiva redditi tali da assicurarle una vita agiata sia perché le sue condizioni di vita non erano mutate in conseguenza della separazione, il G. aveva richiesto l'ammissione di specifici mezzi di prova (prove testimoniali, consulenza tecnica, ispezioni) che erano stati completamente trascurati dai giudici di merito, i quali non avevano spiegato le ragioni per cui tali prove non avevano avuto ingresso nel processo. La sentenza era quindi viziata per la mancata assunzione di una prova decisiva.

4. Nemmeno questo motivo è fondato.

4.1. Poiché il giudice d'appello ha ritenuto - con una motivazione insindacabile in sede di legittimità, in assenza di vizi logici o giuridici - che gli elementi in atti, relativi alle posizioni lavorative delle parti ed al livello dei redditi rispettivi, dimostrassero la sussistenza dei diritto della C. all'assegno di divorzio, non era tenuto ad esaminare le prove richieste.

5. Il ricorso deve essere, pertanto, rigettato.

6. Le spese del giudizio di cassazione, liquidate come nel dispositivo, vanno poste a carico del ricorrente, in ragione della soccombenza.

PER QUESTI MOTIVI

La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al rimborso delle spese del giudizio di cassazione, liquidate in lire oltre a lire 2.500.000 per onorari