RISARCIMENTO DEL DANNO ALLA CASALINGA

La casalinga, pur non percependo reddito monetizzato, svolge purtuttavia un'attività suscettibile di valutazione economica, sicché va legittimamente inquadrato nella categoria del danno patrimoniale (come tale risarcibile autonomamente rispetto al danno biologico) quello subito in conseguenza della riduzione della propria capacità lavorativa. Il fondamento di tale diritto, specie quando la casalinga sia componente di un nucleo familiare legittimo (ma anche quando lo sia in riferimento ad un nucleo di convivenza comunque stabile), è, difatti, pur sempre di natura costituzionale, ma riposa sui principi di cui agli artt.4 e 37 della Costituzione (che tutelano, rispettivamente, la scelta di qualsiasi forma di lavoro, ed i diritti della donna lavoratrice), mentre il fondamento della risarcibilità del danno biologico si fonda sul diverso principio della tutela della salute.

 

 

 

CORTE DI CASSAZIONE CIVILE

Sez. III, 11 dicembre 2000, n. 15580.

 

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO. - Con citazione del 7 settembre 1987 i coniugi Rino Ganzetti e Valeria Malacrida convennero dinanzi al Tribunale di Sondrio il danneggiante Ugo Maion titolare della soc. Alpi e l'assicurazione Le Assicurazioni di Italia spa e ne chiedevano la condanna in solido al pagamento dei danni patrimoniali, biologico e morale conseguenti all'incidente avvenuto il 14 agosto 1986, nel corso del quale l'autocarro della soc. Alpi tamponava la Fiat Panda su cui viaggiavano i coniugi Ganzetti Malacrida.

Si costituiva l'assicurazione assumendo di aver corrisposto un congruo risarcimento pari a lire 20 milioni.

La causa era istruita documentalmente e con espletamento di consulenza medico-legale sulla persona della Malacrida che aveva riportato lesioni con esiti permanenti (frattura multipla dell'omero, stimata nella misura del 13%) ed all'esito dell’istruttoria il tribunale con la sentenza 89/91 accoglieva in parte le domande, liquidando i danni subiti dall'autovettura, e riconoscendo alla Malacrida, quale danneggiata casalinga, i soli danni morali e biologico, liquidati in lire 1.500.000 e lire 750.000 al punto in moneta alla data della decisione (1991).

La decisione era impugnata dalla sola Malacrida per la ridotta liquidazione del dannio patrimoniale, non essendo stato liquidato né il danno per la invalidità relativa (di 90 giorni) sia il danno patrimoniale per la diminuita capacità lavorativa (in relazione alla menomazione invalidante al 13%).

Resistevano le controparti chiedendo il rigetto del gravame.

Con sentenza depositata il 28 novembre 1995 la Corte d'appello di Milano in parziale riforma, condannava in solido la parte danneggiante e la società assicuratrice a risarcire il danno patrimoniale sofferto dalla Malacrida, che liquidava in lire 13 milioni "in valuta attuale"; confermava nel resto, poneva a carico delle appellate le spese di secondo grado e accessori.

Per quanto qui ancora interessa il ragionamento svolto dal giudice di appello era il seguente: erroneamente il primo giudice aveva, sulla base delle conclusioni peritali, considerato il danno relativo alla menomazione della capacità lavorativa della casalinga all’interno del danno biologico, liquidato a punto; poiché si trattava di voce autonoma di danno essa doveva essere equitativamente valutata, sempre a punto, nella somma di lire 13 milioni ai valori attuali.

Non precisava peraltro la Corte a quale parametro legale o convenzionale tale valutazione facesse riferimento.

Contro la decisione ricorre la danneggiata deducendo tre motivi; resiste l'assicurazione, proponendo ricorso incidentale. Non si è costituita la parte danneggiante. La ricorrente ha prodotto memoria; parimenti la resistente.

MOTIVI DELLA DECISIONE. - 1 ricorsi sono stati previamente riuniti; precede l'esame del ricorso incidentale che pone questione pregiudiziale di merito sulla configurabilità ed esistenza del danno patrimoniale della casalinga.

A) Esame del ricorso incidentale Assitalia.

Il ricorso si articola in due motivi di censura.

Con il primo motivo si deduce la violazione e falsa applicazione degli artt. 2056, 2057, 1223, 1226, 2697 c.c. in relazione all'art. 360 n. 3 c.p.c.

La tesi assiomatica è la seguente: l'esistenza di un danno patrimoniale a carico della casalinga, solo perché priva di altre fonti di reddito, comporta una sperequazione di trattamento nei confronti di soggetti i quali, pur non possedendo lo status di casalinga, svolgono di fatto le stesse mansioni.

La difficoltà della casalinga nel compiere le mansioni domestiche, durante il corso della malattia o dell'invalidità permanente, dovrà essere considerata come una componente del danno biologico e risarcita con una integrazione equitativa di questo che tenga conto delle circostanze del caso concreto.

Ulteriore argomento viene tratto dal noto arresto costituzionale del 1986 (sent. n. 184) fondato sulla sistemazione del danno biologico come danno evento e del danno patrimoniale e morale come danni consequenziali allo stesso. In questo quadro, si assume, che il danno patrimoniale della casalinga non è configurabile né come lucro cessante né come danno emergente. Tale sarebbe l'assunto di una dottrina che propone la personalizzazione ma all'interno del danno biologico, e che sarebbe stata seguita dai giudici di primo grado.

Con il secondo motivo si deduce la contraddittoria motivazione su punto decisivo della controversia (art.360 n. 5 c.p.c.) circa il riconoscimento del danno patrimoniale, basato sulle conclusioni medico-legali.

Si assume che in realtà la perizia non evidenziava ciò che invece ha inteso il giudice di appello, perché aveva incluso nel danno biologico anche la mansione generica della casalinga. Da ciò la contraddizione.

Entrambi i motivi risultano infondati.

Quanto al primo motivo si osserva che il risarcimento del danno alla persona è sempre integrale, quale che sia lo status, la condizione, il sesso, il lavoro, la razza, etc., e dunque nessuna discriminazione è ammissibile al riguardo.

Ma il danno non riguarda lo "status, come erroneamente sostiene una dottrina minoritaria, ma i beni della persona, che è composta di integrità psicofisica, ma anche di capacità produttiva, di dignità di sofferenza psicologica.

t noto il riferimento della Corte costituzionale all'art.32 della Costituzione (cfr. Corte cost. sent. 1979 nn. 87 e 88 e 1986 n. 184), ma è ormai chiaro, alla migliore dottrina ed ai giudici, che tale norma debba essere letta come norma di specificazione dell'art.2 e come norma collegata al rispetto dell'art.3 della Costituzione.

t dunque esatto dire che il danno biologico, di natura reddituale e non patrimoniale, sia danno primario (o evento) rispetto ai danni, la cui esistenza, è causalisticamente derivata (danno patrimoniale e morale), ma tali danni non sono affatto "minori", potendo la loro entità essere di gran lunga superiore e talora inferiore, a quella del danno biologico.

Trova allora conferma la giurisprudenza di questa Corte (cfr. Cass. 22 novembre 1991 n. 12546 e 6 novembre 1997 n. 10923) con alcune ulteriori precisazioni: il fondamento del diritto al risarcimento del danno inerente al lavoro della casalinga (specie quando è la componente di un nucleo familiare legittimo, e persino quando è la componente di un nucleo di convivenza stabile) è pur sempre di natura costituzionale: esso riposa sull'art.4 della Costituzione che tutela qualsiasi forma di lavoro e la scelta di lavorare per il proprio nucleo familiare concorre al consolidamento della famiglia e dunque al progresso materiale o spirituale della società (art.4 secondo comma della Cost.); ancora: l'art.37 della Costituzione, nella seconda parte del primo comma, prevede che anche la donna lavoratrice debba avere spazi di libertà per l'adempimento della sua essenziale funzione familiare.

E dunque espressamente prevede il ruolo della lavoratrice/casalinga.

Si aggiunge (come argomento a fortiori, ovviamente tenendo conto della non retroattività della norma) che lo stesso legislatore ordinario ha finalmente riconosciuto e protetto il lavoro della casalinga, nella nota legge 3 dicembre 1999 n. 493, prevedendo l'assicurazione obbligatoria per i ed. infortuni domestici.

Se questo è dunque il quadro normativo, costituzionale ed evolutivo, non ha senso, anzi ha un preciso senso riduttivo del danno, il volere inquadrare questa componente "reddituale" ancorché non monetariamente valutabile come merce, nell'ambito del danno biologico, che si fonda sulla diversa e primaria tutela della salute.

Deve dunque affermarsi che non sussiste alcuna violazione delle norme sostanziali richiamate, avendo i giudici del merito, con apprezzamento in fatto, analitico e correttamente motivato, ricollegato il nesso di causalità tra il danno biologico e la menomazione della capacità produttiva della casalinga e provveduto (malamente, come si vedrà esaminando il ricorso principale) a liquidare il danno patrimoniale.

Resta per le esposte considerazioni, assorbito il secondo motivo. Infatti i giudici dei merito, quali periti peritorum, hanno inteso il senso ambiguo della consulenza medico-legale, e la sua sostanziale riduttività, non essendo corretto procedere ad una valutazione globale di voci di danno eterogenee, se non al fine di ridurre la liquidazione.

B) Esame del ricorso principale della casalinga.

Il ricorso merita accoglimento.

1 primi due motivi possono avere esame congiunto per l'intrinseca connessione. Con il primo motivo si deduce l'error iuris per la violazione delle norme sostanziali ed equitative (artt. 2056, 2057, art. 4 L. 1977 n. 39) in relazione alla ridotta liquidazione del danno patrimoniale per la menomazione della capacità lavorativa della casalinga, in relazione alla invalidità permanente valutata nella misura del 13%.

La corte d'appello ha reputato congrua la somma di lire 13 milioni, pari a lire 1 milione per ogni punto di invalidità. Il ricorrente ha opposto, sulla base della giurisprudenza vigente, i vari parametri adottati per la stima del reddito figurativo: e cioè il reddito giornaliero di una collaboratrice familiare a tempo pieno; il reddito di una domestica ad ore; il reddito paragonato al triplo della pensione sociale. Ha poi capitalizzato il danno con riferimento all'età della parte lesa ed alle tabelle di cui al R.D. n. 1422 del 1922, applicando infine la riduzione corrispondente allo scarto tra vita fisica e vita lavorativa. Tutti questi criteri equitativi conducono a risultati nettamente superiori a quelli considerati dai giudici di appello e rivelano, in sostanza, un'errata applicazione dell'art. 2056 c.c. e delle norme cui esso rinvia.

Tanto determina nuovamente la violazione del principio del risarcimento integrale, che vale, anche quando la liquidazione è equitativa, non potendo l'equità tradursi nell'immotivato arbitrio del giudice.

Nulla peraltro dice la Corte del riesame sui criteri scelti per la liquidazione del danno patrimoniale e delle sue componenti, presenti e future, dovendo tenere in considerazione l'età, le condizioni personali, il nucleo familiare, il lavoro esclusivo o concorrente con quello domestico, con un equo apprezzamento delle circostanze del caso per il danno futuro, come è espressamente previsto dall'art.2056 c.c. Resta così assorbito il secondo motivo in cui si deduce l'insufficiente motivazione sul punto.

Parimenti fondato è il terzo motivo, risultando per tabulas omessa la liquidazione del danno patrimoniale per l'inabilità temporanea, di novanta giorni.

All'accoglimento del ricorso principale ed al rigetto di quello incidentale segue la cassazione con rinvio, anche per le spese di questo giudizio di cassazione, ad altra sezione della Corte d'appello di Milano (omissis).