Tribunale di Napoli 3 giugno 2004

 

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Anzitutto, va rilevato che l’art. 2456, comma 2, riconosce ai creditori sociali insoddisfatti esclusivamente l’azione nei confronti dei soci e dei liquidatori e non già nei confronti della società. A nulla importa, ai fini dell’art. 2456, comma 2, che la società, originario debitore, non sopravviva al proprio inadempimento, giacché il creditore sociale insoddisfatto può soddisfarsi sul patrimonio della società anche se, in vista dell’estinzione, esso sia stato interamente trasferito a terzi. Il diritto che il creditore vanta sul patrimonio della società provoca l’inefficacia relativa nei suoi confronti degli atti traslativi. Il creditore, potendo aggredire il patrimonio del socio per il valore della quota, si soddisfa sul patrimonio che era del debitore, e secondo la valutazione che di questo fu legalmente stabilita al momento dell’estinzione nel bilancio finale di liquidazione.

L’opinione contrapposta si risolve in uninterpretatio abrogas: consentire l’esercizio dell’azione del creditore insoddisfatto verso i soci ed il liquidatore solo dopo l’estinzione della società, ed escludere tale estinzione finché sussista in qualsiasi credito insoddisfatto, significa non applicare mai, di fatto, la norma.  Il che determinerebbe un’arbitraria alterazione della lettera e della ratio dell’art. 2456, secondo comma, il quale mira al rafforzamento, e non certo alla riduzione della tutela concessa al creditore insoddisfatto (in termini, Trib. Roma ord. 19 maggio 1995, in Foro it., 1996, I, 2258).

In sintesi: anche dopo la formale cancellazione della società in presenza dei rapporti non estinti, il creditore può esercitare le azioni contemplate dal secondo comma dell’art. 2456.  A conforto della tesi vi è, oggi, l’art. 2495 c.c., nel testo riscritto dal D.Lgs. 17 gennaio 2003, n. 6 benché esso no sia applicabile al caso in esame ratione temporis: il secondo comma della norma stabilisce che, “ferma restando l’estinzione della società”, dopo la cancellazione i creditori sociali non soddisfatti possono far valere i propri crediti nei confronti dei soci e nei confronti dei liquidatori.

La riforma del 2003, con la riformulazione della norma si è opposta all’interpretazione correttiva proposta dalla giurisprudenza che, in caso di sopravvenienze passive, ha sinora ritenuto che la cancellazione dal registro delle imprese determini soltanto una “presunzione di estinzione”. L’introduzione dell’inciso “ferma restando l’estinzione della società” comporta che la sopravvenienza dei debiti non possa più metter in discussione la definitiva ed irreversibile estinzione della società.

Sono dunque due le categorie di coobbligati, a seguito della cancellazione e della conseguente estinzione della società: 1. i soci, nei limiti del riparto di liquidazione: 2. i liquidatori, se sia loro imputabile il mancato pagamento del credito.

L’unico presupposto al quale è ancorata la proponibilità dell’azione prevista dall’art. 2456, comma 2, c.c. è l’avvenuta cancellazione della società dal registro delle imprese.

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