I CODICI ETICI AZIENDALI

La sensibilità comune avverte la polivalenza dello sviluppo economico che, se pure è in grado di migliorare le condizioni standard di benessere, può anche portare la società ad una progressiva disumanizzazione quando è completamente avulso da qualsiasi limite etico. E’ questa la problematica che viene affrontata dal movimento dell’etica degli affari, sorto negli Stati Uniti a fine anni Sessanta e presto diffusosi in tutti i Paesi sviluppati.

L’etica degli affari, come anche l’etica delle professioni, delle organizzazioni, della politica… è uno studio di etica applicata che valuta le conseguenze derivanti dall’applicazione di generali teorie etiche nella realtà concreta e quotidiana. In particolare mira a ricongiungere nell’unica dimensione umana due piani di attività completamente autonomi ed indipendenti, quali appunto l’etica e l’economia, valutando la condotta dei soggetti inseriti nelle strutture economiche, pubbliche e private, in base ai principi propri di entrambe le attività. Non le si considera affatto come due realtà inevitabilmente contrastanti. Infatti non ha senso voler porre come alternativi termini quali efficienza e solidarietà, dato che una società che voglia veramente accrescere il livello di vita dei suoi membri, deve necessariamente passare da una logica di pura ripartizione ad una di produzione delle risorse, attribuendo quindi il ruolo-chiave all’impresa nella sua funzione specifica di aumentare beni scarsi. Tuttavia, affinché questo si realizzi, il rapporto tra risorse impiegate e prodotte deve essere positivo: ciò che si produce deve avere un valore di scambio superiore a quello degli elementi impiegati per realizzarlo: viene quindi legittimato il profitto anche da un punto di vista etico. Addirittura l’impresa deve tendere alla massimizzazione del profitto con un utilizzo ottimale dei beni ed una loro ottimale distribuzione, sempre nel rispetto dell’ordinamento in cui essa è inserita.

Esistono due concezioni del profitto che sono economicamente e moralmente inaccettabili: l’assolutizzazione ed il suo opposto, il declassamento. Il primo conduce il management ad accaparrarsi qualsiasi possibilità di "guadagno" che le condizioni contingenti consentano, strumentalizzando a tal fine tutti i rapporti utili dell’impresa, negando un autentico orientamento al servizio della clientela e favorendo invece una quantomeno problematica identificazione dei dipendenti con l’azienda ed i suoi scopi. Se questo modello poteva funzionare in passato, date le condizioni ambientali più favorevoli (domanda in forte sviluppo, ampia disponibilità di mano d’opera a basso costo, agevolazioni creditizie e fiscali, debolezza contrattuale dei fornitori, barriere protezionistiche…) oggi si dimostra fallimentare: la concorrenza più forte e numerosa vuole percepire le reali necessità dei clienti e rispondervi economicamente facendo leva anche su un personale ben motivato, formato e disposto anche a mobilitarsi purché l’impresa esca vincente dal confronto competitivo. Il servizio al cliente e la valorizzazione dei collaboratori diventano principi non solo per il rifiuto di qualsiasi logica di sfruttamento dell’utente e del dipendente, ma anche di una giustificazione economica.

Anche il declassamento del profitto è però dannoso, esso comporta uno snaturamento dell’impresa cioè un suo uso improprio per il raggiungimento di fini che nulla hanno a che vedere con la sua reale funzione: l’eccellenza tecnica, il potere, il prestigio, una malintesa socialità… ed è facilmente intuibile che questo conduca presto alla rovina aziendale.

L’etica degli affari ha fatto propria la concezione fisiologica del finalismo d’impresa, che colloca il profitto non entro una struttura piramidale che porta inevitabilmente ad una delle due situazioni spiacevoli precedentemente descritte, bensì in una struttura circolare accanto ad altri obiettivi interdipendenti e di uguale importanza, quali i risultati competitivi e sociali (fig.1). Il profitto (fig.2) scaturisce da una capacità superiore di servire i clienti (circuito A) ed anche da un organico sempre più motivato e fiducioso che aumenta la competitività aziendale (circuito B), ed è in grado di soddisfare meglio anche le attese degli interlocutori sociali.

Figura 1- Una concezione fisiologica del profitto che produce insieme risultati reddittuali, sociali e competitivi.

 

Figura 2- Il profitto in una concezione fisiologica del finalismo d’impresa.

 

E’ essenziale quindi la negazione di qualsiasi concezione della produttività inconciliabile con il rispetto della persona e, all’opposto, di qualsiasi concezione di fini sociali che possa di fatto sfociare in una strumentalizzazione del ruolo economico dell’impresa.

Le imprese occidentali difficilmente attuano il circuito B, che lega il profitto al benessere dei lavoratori dipendenti, al loro consenso ed alla loro coesione, poiché ancora oggi rimane ben ancorata la tradizione conflittualistica tra capitale e lavoro, che ovviamente ne impedisce una concezione sinergica. Negli anni Ottanta, in Italia si è dato avvio ad una serie di ristrutturazioni grazie ad una sofferta collaborazione tra management e rappresentanze sindacali, ma ciò dischiudeva semmai la via ad un ripristino della situazione antecedente gli anni della contestazione. Solo da qualche anno, spronati da una minacciosa concorrenza straniera, si è avvertita l’importanza di un cambiamento radicale di valori e sistemi produttivi.

Il concetto etico che emerge oggi più nettamente, è quello di "visione aziendale" che Naisbitt e Aburdene sostengono si realizzi quando esista una propensione a voler creare un collegamento tra il lavoro di una persona e lo scopo della sua vita, cioè una vera identificazione tra sé e la propria mansione. Questa concezione produce il giusto entusiasmo che assicura uno sforzo per raggiungere gli obiettivi aziendali non più imposti bensì condivisi. L’entusiasmo spiana la strada ad un altro elemento importantissimo: la creatività. Essere creativi significa avere una concezione positiva dell’azione e trovare in se stessi la base dello sviluppo ed il modo per affrontare l’incalzare del nuovo. Il cambiamento è la situazione con la quale è necessario confrontarsi ed una buona dotazione etica è necessaria per accettarlo e condividerlo. L’ultimo caposaldo è l’onestà negli affari, che deve essere esercitata nei rapporti sui quali si fonda l’impresa, nella pretesa di eccellenza del prodotto offerto: rapporto corretto, non ingannevole, non speculativo con i fornitori, i dipendenti, i clienti e gli stessi concorrenti (i cd. stakeholders). Franco D’Egidio sostiene che l’onestà è il fattore che permette di affrontare il cambiamento soprattutto quello discontinuo, perché induce fiducia permettendo quindi di stabilizzare i rapporti sui quali si fonda la produzione.

ETICA AZIENDALE.

Un’azienda mantiene un comportamento etico non solo quando questo risulta essere del tutto conforme alla legge, ma quando fa propri dei valori sociali, quando instaura un corretto rapporto con l’ambiente inteso in senso molto ampio, quando adotta politiche di lavoro rispettose dell’individuo…, insomma quando svolge un ruolo positivo verso il contesto sociale ed economico in cui è inserita.

Sarebbe un’ingenuità pensare che sia sufficiente un programma aziendale che prevenga, individui e punisca le sole violazioni della legge: per incoraggiare una condotta esemplare, un’organizzazione ha bisogno di nuovi valori aziendali e mutamenti strutturali per sostenerli. Il semplice fatto che un’azione sia legale non significa affatto che sia avulsa da problemi etici ed un chiaro esempio è il caso della SALOMON BROTHERS: quattro dirigenti vennero a conoscenza di attività illegali presso l’ufficio commerciale governativo, ma poiché non esisteva alcun obbligo di denuncia non dissero nulla per un po’ di tempo; quando resero pubblica la notizia, il ritardo provocò una forte crisi di fiducia presso tutti coloro che avevano contatti con l’azienda: i dirigenti dovettero licenziarsi perché avevano perso l’autorità morale necessaria per dirigere e la SALOMON BROTHERS subì perdite pari ad un miliardo di dollari.

L’applicazione del principio di "integrità organizzativa" rispetto a quello di mera conformità alle leggi è più ampia perché punta ad una condotta pienamente e profondamente responsabile, in quanto interviene sui valori e sui modi di pensare dei sistemi operativi aziendali, ed è più esigente perché richiede uno sforzo attivo per definire le responsabilità e le aspirazioni che costituiscono la bussola etica aziendale. Le strategie di integrità fanno spesso registrare inaspettati contributi anche alla competitività e alle relazioni chiave dalle quali dipende la vita dell’impresa. E’ quanto ci insegnano esperienze quali quella di MARTIN MARIETTA CORPORATION fornitrice aerospaziale e militare degli USA, che nel 1985 era indagata per fatturazioni irregolari. Essa decise di darsi un programma etico, che coinvolgesse tutti i livelli societari, mirante alla riscoperta di valori quali l’onestà e la lealtà arrivando col tempo a comprendere anche la responsabilità ambientale e la qualità. Sono stati organizzati fino ad oggi tre cicli di formazione ed i risultati constatati dal management sono più che soddisfacenti: sono migliorati i rapporti con l’organico, la rete etica che serve a registrare i reclami si è dimostrata un efficiente sistema di preallarme per le carenze di gestione, di difetti di qualità e di sicurezza permettendo così all’azienda di ricorrere a correttivi in modo molto rapido ed indolore, sono nettamente diminuiti gli atti illeciti e tutto questo ha migliorato la reputazione dell’impresa, fatto che si è dimostrato determinante per l’aggiudicazione degli appalti militari che attualmente rappresentano il 75% delle sue entrate.

Spesso anche una maggiore attenzione verso il problema ecologico, magari imposta dalle sempre più numerose regolamentazione ambientali, ha rivelato inaspettatamente delle opportunità di guadagno. Partendo dal presupposto che l’inquinamento non è l’inevitabile scotto che la società industriale deve pagare, ma una vera forma di spreco economico, è possibile elaborare soluzioni innovative magari capaci di diminuire il costo di produzione o di aumentare il valore dei beni prodotti grazie ad uno sfruttamento potenziato delle risorse (produttività potenziata). La necessità di depurare il suolo e le falde acquifere fortemente inquinati dei Paesi bassi, ha spinto i coltivatori olandesi a modificare il metodo di produzione sostituendo la coltivazione intensiva con il sistema in circuito chiuso: la coltivazione in lana di roccia ha diminuito il rischio di infestazioni e quindi l’uso di pesticidi, inoltre le serre hanno tutelato la produzione floreale dalle variazioni climatiche migliorandone la qualità e sono scesi anche i costi di manutenzione perché i fiori sono stati coltivati su piattaforme ad hoc. O ancora, la RHONE-POULENC di Chalampe che inizialmente bruciava i diacidi, sottoprodotti del nylon, grazie ad un investimento di 76 milioni di franchi, ha installato nuovi impianti capaci di recuperarli e oggi vengono venduti come additivi per le tinture e come agenti coagulanti con un giro di affari annuale di circa 20,1 milioni di franchi.

NECESSITA’ DI FORME DI AUTOREGOLAZIONE.

Ronald Coase affermò nel 1960 che in un libero mercato in assenza di costi di transazione, le parti possono raggiungere la loro massima utilità o benessere complessivo, attraverso la libera contrattazione. Il problema è che raramente si realizza la condizione dei costi di transazione nulli, in questi casi è allora necessaria una progettazione ottimale e una modificazione dei diritti di proprietà per via autoritativa. L’intervento legislativo, anche se contenuto, ha però dei costi elevati, inoltre se esteso oltre un certo limite può aumentare pericolosamente il potere della politica minacciando quindi le libertà economiche tanto duramente conquistate, è inoltre giustificabile solo in quelle situazioni già coperte da una specifica legislazione e non è comunque in grado di risolvere positivamente la questione delle condotte opportunistiche che comportano di per sé iniquità distributive e perdite di efficienza (second best). Consideriamo due esempi: i costi di collusione e di abuso di autorità.

Costi di collusione: il mandante per ridurre l’asimmetria informativa che caratterizza il suo rapporto con il mandatario, può nominare un supervisore. Niente però lo garantisce dalla possibilità che lo stesso supervisore diventi "avvocato" del mandatario, al fine di spartire con lui il sovraprofitto reso possibile grazie alla sua omissione. Dal punto di vista economico esistono tre soluzioni che però si rivelano non efficienti (poiché se semplicemente il sorvegliante dicesse sempre la verità, la differenza tra il ricavo totale ed i costi totali sarebbe maggiore): dare una remunerazione con incentivi addizionali per cui la collusione non è più vantaggiosa, eliminare la figura del supervisore ed incentivare solo l’agente, lasciare che i due colludano. L’inevitabile conseguenza è che si verificherà una minore propensione ad investire in tale attività.

Costi di abuso di autorità: l’impresa con una struttura di governo gerarchico, consente una ricontrattazione opportunistica tra i vari portatori d’interessi e di investimenti specifici, cioè di fronte ad eventi imprevisti colui che detiene l’autorità derivante dal diritto di proprietà non solo sarà garantito da questo, ma potrà estrarre un vantaggio ricontrattando opportunisticamente il surplus dei subordinati, minacciando altrimenti d’imporre loro l’alternativa meno gradita (si faccia riferimento ai rapporti di lavoro, alle forniture dei servizi ad una impresa o in campo pubblico all’espropriazione che i politici possono effettuare del frutto degli investimenti del management nelle imprese pubbliche grazie all’esercizio della proprietà pubblica…).

Dal momento che la legge si dimostra inefficiente l’unica soluzione è da trovarsi in forme di autoregolazione che stabiliscono doveri di responsabilità per quei soggetti che vantino ampi poteri discrezionali, affinché vengano esclusi comportamenti opportunistici o comunque poco corretti anche da parte loro, eliminando quindi qualsiasi "zona grigia" del diritto. Introducono forme di responsabilità relative (liability) che impongono un obbligo di risarcimento nei confronti dei soggetti danneggiati da condotte non del tutto conformi alla giustizia, all’equità, alla correttezza. Esistono tre livelli di autoregolazione: aziendale, settoriale e globale.

A livello aziendale si possono trovare tre tipi di documenti cioè la missione, il credo ed il codice etico aziendale propriamente detto, che svolgono funzioni differenti tra loro. Il primo declama la "filosofia imprenditoriale" attraverso l’esplicitazione dei principi-guida che l’azienda vuole seguire; il secondo enuncia oltre ai principi anche gli obiettivi del vertice manageriale. Questo si è rivelato un utile strumento di diffusione della cultura aziendale di una multinazionale verso le sue filiali estere, garantendo però nello stesso tempo l’autonomia necessaria per fronteggiare le diverse caratteristiche socio-ambientali. Ma solo il codice etico raggiunge un grado di specificità tale da permettergli di divenire una reale guida pratica dell’agire imprenditoriale. Esso è un documento ufficiale in cui vengono definiti gli standard morali di condotta; in particolare enuncia i valori su cui si fonda l’attività produttiva, le responsabilità verso ciascuna categoria degli stakeholders (i dipendenti, gli azionisti, i clienti, i fornitori, i concorrenti, lo Stato, i partiti politici ed i pubblici ufficiali) con i quali l’azienda vuole assumersi degli obblighi morali, la specificazione delle direttive aziendali in materia di condotta dell’etica degli affari, e l’indicazione di vere e proprie norme di comportamento per i dipendenti. Esso viene elaborato generalmente dai senior managers, insieme ad esperti esterni capaci di dirimere questioni che richiedono competenze particolari di diritto del lavoro o di ecologia (…), al Consiglio di Amministrazione solitamente tramite dei supervisori riuniti in un apposito comitato, ad esponenti di specifiche funzioni per la redazione di particolari sezioni ed infine più raramente ai dipendenti chiamati a segnalare situazioni "critiche". Non appena terminato, il codice deve essere divulgato e, in relazione al modo in cui si realizza questa fase, è possibile valutare la reale importanza che gli si attribuisce. Generalmente si segue un processo a "cascata", si parte quindi dal vertice per raggiungere tutti i livelli più bassi. Una volta comunicato, si deve affrontare il problema della gestione: prevenzione, controllo dei presunti comportamenti scorretti, individuazione delle infrazioni ed il loro sanzionamento. Solitamente si affida tale mansione al personale interno, agli uffici legali o al personale amministrativo, data la poca disponibilità a rendere noti a terzi gli aspetti più delicati e complessi dell’attività. Più raramente vengono invece istituiti nuovi organi appositamente per queste mansioni quale il Comitato di Revisione Etico: esso è un sistema di supervisione interno che verifica costantemente in che misura i vari obblighi morali vengono perseguiti. Deve essere consultato per qualsiasi modifica organizzativa o di politica aziendale, deve analizzare i nuovi orientamenti dell’industria, la domanda di mercato, le regolamentazioni governative, i potenziali conflitti di interesse ed i dilemmi etici.

Anche per i codici etici si pone il problema di una efficacia concreta, esiste infatti il pericolo che si rivelino una vuota declamazione e andando ad alimentare posizioni come quella indicata da Guido Rossi che considera "difficile ritenere del tutto infondato il sospetto che l’emanazione dei codici etici costituisca una sorta di tentativo di salvataggio dell’immagine sociale dell’impresa allo scopo di legittimare a tutti i costi ed in tutti i settori il suo operato". Il codice etico può quindi diventare paradossalmente un espediente per prassi tutt’altro che edificanti sotto il profilo morale. Le condizioni basilari di efficacia impongono che:

Il codice genera da sé gli incentivi alla sua attuazione: dato un termine di riferimento chiunque può verificare se effettivamente l’impresa osservi quanto si è autoimposta e ciò crea attorno all’azienda stessa un’alta o bassa reputazione. Dal livello di reputazione accumulato dipenderà poi la disponibilità a cooperare e ad investire degli stakeholders e, tenuto conto che l’impresa nel lungo periodo ha un reale interesse ad instaurare stabili relazioni, la strategia aziendale migliore, anche in termini di efficienza, è dare piena attuazione al suo codice etico rispettando le altrui aspettative. Questo spiega anche il grande successo che l’autoregolazione aziendale ha riscosso negli Stati Uniti.

Una ricerca ASFOR del 1989 rivelò che in Italia su 220 imprese, pubbliche e private, solo il 20% aveva adottato un codice di comportamento e che le tematiche trattate differivano da quelle americane. Nettamente superiore è l’attenzione data dagli italiani , ai rapporti con i dipendenti, probabilmente dovuta alla presenza di una vasta normativa riguardante i diritti dei lavoratori, mentre i statunitensi tendono ad enfatizzare le relazioni con il mondo politico data la sviluppata sensibilità, a volte forzata, verso le diverse configurazioni della corruttela.

Tabella 1- Problematiche oggetto di trattazione nei codici di comportamento europei e statunitensi.


Europa USA

Relazioni con i dipendenti 100% 55%

Relazioni con la comunità e problematiche ambientali 65% 42%

Relazioni con i clienti 67% 81%

Relazioni con gli azionisti 54% *

Relazioni con i fornitori 19% 86%

Relazioni con il Governo o organi politici 15% 96%

Gestione delle innovazioni tecnologiche 33% 15%

* Le relazioni con gli azionisti sono menzionate nei codici etici delle imprese statunitensi, ma non costituiscono oggetto di una classificazione separata.

Ma ciò risulta essere in contrasto con i dati di due interviste svoltesi in Italia una nel 1991 e l’altra nel 1993, che hanno coinvolto rispettivamente 24 alti dirigenti di un grande gruppo pubblicitario e 35 opinion leaders composto da dirigenti ed imprenditori sempre italiani: secondo la maggioranza il rapporto meritevole di maggiore attenzione deve essere senz’altro individuato in quello che vede protagonisti l’impresa e la Pubblica Amministrazione ed è quantomeno curiosa questa discrepanza tra esigenze e pratica reale. Le tristi realtà che purtroppo riguardano tale relazione, e che dovrebbero essere assolutamente eliminate, sono senz’altro la lottizzazione sistematica e la corruttela pervasiva. La prima riguarda aziende ed enti produttivi appartenenti alla sfera pubblica, che si sono piegati agli interessi di partito con grave pregiudizio per la loro funzionalità. Ciò avviene perché nei ruoli-chiave vengono imposti uomini di fiducia degli appartenenti ai partiti disposti a rispondere positivamente a qualsiasi richiesta di "favore": assumere o promuovere determinate persone, privilegiare certi fornitori indipendentemente dalle loro qualità competitive, finanziare i partiti… Mentre la corruttela pervasiva riguarda il rapporto che unisce la sfera pubblica con la privata: i soggetti politici ed i vertici amministrativi, nell’esplicazione della loro attività di controllo discrezionale delle decisioni di allocazione delle risorse pubbliche per la produzione di beni e servizi, data la vaghezza del loro mandato, possono decidere di finanziare progetti pubblici a costi superiori di quelli ottimali, creando così lo spazio per sovraprofitti indirizzati a soggetti pubblici o privati che aspirano ad ottenere l’appalto. Per questi ultimi diventa razionale acquisire sostenere dei costi addizionali nella forma delle tangenti o di regali, pur di acquisire tali redditi. L’esito è evidentemente uno scambio vantaggioso per le parti, che nasce però da una decisione assolutamente inefficiente del pubblico ufficiale. Gravissimi sono i costi sociali che ne derivano: la concorrenza viene smorzata dai decisori politici e ciò comporta una lievitazione dei prezzi per gli stessi enti pubblici, che ottengono così un prodotto di qualità inferiore pagandolo di più. Il peso di questa esternalità pecuniaria negativa ricade sui bilanci pubblici e quindi sul carico fiscale creando una vera e propria "imposta delle tangenti". La crescente sfiducia verso l’amministrazione della cosa pubblica mina le basi etiche della convivenza ed incentiva la defezione dagli obblighi del patto civile, la violazione della legge ne risulta incoraggiata ad ogni livello.

Esistono altre due forme di autoregolazione: uno a livello settoriale e l’altro globale. Il primo copre quindi interi settori di produzione, tutelandone la reputazione attraverso un’intensa e minuta disciplina; si è rivelata una soluzione valida soprattutto quando ci si trova di fronte ad industrie nuove che stanno ancora cercando il consenso e la fiducia dei consumatori, come è stata per quella del microonde. Ciò nonostante negli USA viene raramente ammessa in quanto ha potenziali implicazioni anti-concorrenziali, per cui spesso sono intervenute le leggi antitrust che hanno fortemente limitato l’azione delle associazioni commerciali: il rischio è che vengano tolti ingiustificatamente dal mercato prodotti di qualità inferiore. In Italia invece ultimamente si sta elaborando un codice per l’intero settore dei servizi pubblici su richiesta della CISPEL del 1997, al fine di modificare la cultura aziendale di tali enti, soprattutto di fronte alle privatizzazioni di cui sono oggetto.

Il secondo riguarda invece l’intera comunità degli affari e deve essere gestito da una confederazione o associazione confederale di rappresentanza di interessi(peak organization). E’ un’associazione che per sua stessa natura può promuovere solo politiche concorrenziali ed è in grado anche di assicurare alle imprese che non si stanno sobbarcando di un fardello iniquo. Per evitare la defezione è possibile riconoscerle dei poteri coercitivi, ma non solo, l’associazione deve sapere anche offrire benefici privati o "incentivi selettivi" di cui non è possibile disporre al di fuori dell’organizzazione. Gli USA date le loro caratteristiche istituzioni politiche, non offrono un suolo congeniale per una simile organizzazione, come afferma infatti Salisbury "la cultura americana è così radicata nelle sue assunzioni individualistiche , che i gruppi di interesse non hanno una posizione integrante", in sostanza le associazioni non sono contemplate nel processo di formazione politica, i burocrati statunitensi trattano direttamente con le unità che interessano e non con coloro che le rappresentano. Ma diversa è la situazione in Europa: prendo ad esempio la Germania, Stato in cui addirittura tali strutture vengono considerate "come guardiani degli interessi di lungo periodo delle industrie della nazione". Qui le politiche di formazione e quelle a favore dell’occupazione giovanile furono realizzate dalle confederazioni nazionali dei datori di lavoro e dei sindacati, che garantirono gli interessi di entrambi ed in generale dell’intera società, pur con un intervento governativo minimo ed occasionale.

ISTRUZIONE E FORMAZIONE.

L’etica degli affari in USA è diventato un importante settore interdisciplinare di studio e ricerca, tanto che esistono ben oltre 500 corsi nei college, nelle business schools, nelle università e l’American assembly of collegiate school of business, autorevole agenzia che accredita i programmi delle business schools, ha deciso, sin dalla fine degli anni 70, di accettare solo piani di studio che contemplassero anche studi etici.

Esistono diverse metodologie di insegnamento, ad Harvard è di tipo casistico, si basa quindi sullo studio di casi concreti di dilemmi etici, mentre Richard De George per il suo corso di "Moral iusses in business" ha preferito introdurre la materia con lezioni teoriche sulla natura dell’etica, le tecniche standard di argomentazione morale, l’etica del capitalismo e del socialismo…, un metodo più conforme al programma suggerito da un rapporto del Committee for Education of Business.

In Europa la prima cattedra di etica degli affari fu introdotta presso la Neitherlands School of Business di Breukelen con H. van Luijk come titolare. In Italia pur essendo vivace il dibattito intorno questa materia tanto da coinvolgere numerosi accademici, professionisti, managers, imprenditori e sindacalisti, non esistono cattedre universitarie, poiché si devono fare i conti con forti contestazioni provenienti sia dal mondo laico che da quello religioso. I primi temono che l’etica degli affari, distruggendo lo schema di ripartizione di competenze tra l’etica ed il diritto, vada a limitare drasticamente le tanto difficilmente conquistate libertà economiche. Maurizio Mori risponde che la tesi di separazione tra diritto e morale è inadeguata, è la stessa esperienza che insegna come il primo non possa sostenersi da solo; in realtà quando si pretende di imporre tale tesi non si vuole affermare una completa indipendenza dei due campi, bensì che il diritto dipende da un’etica differente da quella che i moralisti considerano sostenibile: ciò può essere un valido punto di partenza per un ripensamento del loro rapporto, ma comunque toglie forza alla iniziale obiezione. Il problema, invece, sollevato dai religiosi riguarda la reale natura dell’etica degli affari che non è più un insieme di doveri assoluti, indipendenti dalla massimizzazione delle conseguenze buone ed estranei a qualsiasi eccezione, ma di doveri prima facie, che possono e devono essere verificati nella loro giustizia ed equità alla luce della realtà quotidiana, degli eventi concreti. Essa è senz’altro il risultato dell’ampio processo di secolarizzazione della cultura che ha ristretto progressivamente le norme assolute partendo da quelle della politica per passare a quelle giuridiche, finendo ora alla sfera etica.

Ma la questione sulla legittimità ha forse radici ancora più profonde da rintracciare nello spirito religioso del popolo italiano. Come altro spiegare, infatti, il motivo per cui queste stesse obiezioni non sono state sollevate anche negli Stati Uniti o in generale nei Paesi Anglosassoni?

Da sempre la Chiesa protestante ha coniugato l’etica con l’economia evitando qualsiasi distinzione di competenza; un suo dogma centrale, il "Beruf", rigetta la distinzione cattolica dei comandamenti etici del Cristianesimo in praecepta e consilia, riconoscendo che il modo di vivere grato a Dio non è l’ascesi monacale, ma esclusivamente l’adempimento dei propri doveri mondani, quali essi risultano dalla posizione di ciascuno nella vita, funzione che diventa appunto una vocazione (Beruf). Richard Baxter, noto rappresentante letterario dell’etica protestante ed autore di libri di universale successo, ritiene che ciò che è veramente riprovevole non è la ricchezza in sé, ma il suo godimento ozioso che fa cadere l’uomo dal suo stato di grazia. Egli scriveva "Se Iddio vi mostra un cammino, sul quale, senza danno per l’anima vostra o per altri, potete guadagnare in modo legittimo più che in un altro, e voi lo rifiutate e seguite il cammino che può apportare meno guadagno, allora vi opponete ad uno degli scopi della vostra vocazione. (…) Voi vi rifiutate di essere amministratori di Dio e di accettare i suoi doni, per poterli usare per Lui, se Egli ve lo richiedesse". E’ una visione del lavoro nettamente lontana da quella sostenuta dalla Chiesa cattolica, soprattutto nel passato, ed espressa dall’animo contemplativo di Pascal che ripudiò l’azione nel mondo poiché essa si spiegava solamente con la vanità e la furberia "La vanità è così profondamente radicata nel cuore umano, che perfino un mozzo di stalla, uno sguattero, un facchino monta in boria e pretende di avere chi lo ammiri".

La prima proposta su una possibile struttura di un corso istituzionale di etica degli affari in Italia, è stata formulata dal Professore L. Sacconi, che nel 1994 era docente di Economia delle scelte pubbliche presso l’università Bocconi di Milano. Il corso seguiva i criteri del collega statunitense De George: l’individuazione dei criteri semantici per individuare un giudizio etico, l’introduzione alle teorie etiche generali fondamentali, l’analisi dei meccanismi organizzativi e contrattuali più efficienti per scoraggiare l’opportunismo, i comportamenti sleali, gli abusi e per cercare le condizioni di giustizia che legittimano moralmente l’esercizio dell’autorità nelle organizzazioni imprenditoriali, ed infine l’identificazione degli agenti imprenditoriali dotati di poteri discrezionali e l’analisi delle loro responsabilità. Ma la proposta , pur essendo valida è rimasta inattuata, così per sopperire alla carenza universitaria, dato il crescente interesse dimostrato dal mondo economico intero, vengono organizzati master e corsi di formazioni da enti di ricerca pubblici e privati.

La formazione è importante in quanto, per coloro che si esprimono favorevolmente per l’introduzione dei codici etici, è un’attività complementare e la sua funzione è di facilitare la conoscenza e l’interiorizzazione dei valori contenuti in questi codici; coloro, invece, che si dicono contrari poiché "l’instaurarsi di una cultura aziendale improntata all’etica è più forte di qualsiasi regolamento formale", attribuiscono proprio alla formazione il compito di introdurre questa nuova cultura aziendale.

In Italia sono diverse le iniziative che, dopo un’iniziale successo, si sono fatalmente bloccate, porto ad esempio il Network di Etica degli Affari istituito nel 1988, al termine della Prima Conferenza Nazionale di Etica degli Affari. Il suo Statuto prevedeva di promuovere il dibattito e lo scambio di esperienze tra persone ed istituzioni che intendevano essere attive in questo campo, di facilitare riflessioni sulla prassi d’affari nelle quali sono coinvolti valori e norme, in particolare su strutture societarie, organizzazione aziendale, finanza, pubblicità…, di promuovere l’insegnamento nei programmi di formazione manageriale e nei corsi universitari. I presupposti erano buoni, eppure, nonostante il consistente numero dei membri fondatori tra cui spiccavano nomi ben noti nel mondo accademico e imprenditoriale, l’azione del Network terminò bruscamente di lì a breve, senza una giustificazione reale. Un altro esempio è la rivista di "Etica degli Affari e delle Professioni" comprata da un’importante rivista e che l’Economist definì come la prima rivista a livello europeo specializzata nel campo. Nonostante questo prestigioso riconoscimento, la rivista fu chiusa nel 1995 poiché sembrava impossibile trovare gli inserti pubblicitari sufficienti per coprire il costo di produzione. Evidentemente l’interesse nella nostra nazione è discontinuo anche se la materia ha dimostrato e tuttora dimostra di essere veramente importante. Dopo l’apice raggiunto con Tangentopoli, momento nel quale tutti ostentavano una grande attenzione verso l’etica, quasi fosse un passaggio obbligatorio per "espiare le proprie colpe", gli entusiasmi si sono smorzati e pochi hanno avuto il coraggio di continuare su questa via.

Attualmente stiamo assistendo ad una ripresa forse dovuta alla complessa problematica delle privatizzazioni del settore pubblico, o, legato alle più complesse relazioni internazionali instauratesi con l’introduzione dell’Euro, e c’è da augurarsi che la risposta a queste necessità sia più che mai immediata ed esauriente, e senz’altro sarebbe più facile se anche il mondo accademico vi partecipasse attivamente.

Dott.ssa Chiara Villa

 

NOTE

Riv. Management Trends, II Semestre 1993, Gian Paolo Prandstraller, Professore Ordinario di Sociologia dell’Università di Bologna, "Etica degli Affari negli anni 80"pag. 7 e ss.

2 "Etica ed economia in un’epoca di trasformazioni", Riv. Mondo Economico, 6 Aprile 1987, pag. 43 e ss.

3 V. Coda, "Valutazioni economiche e morali nella conduzione dell’impresa".

4 In "Reinventing the Corporation", 1985.

5 In "Il change management. Il pensiero creativo e le strategie delle aziende ultraveloci", F. Angeli, 1990.

6 Lynn Sharp Paine, Professore associato nella Harvard Business School, "Per l’integrità delle organizzazioni", Harvard Business Review, Marzo-Aprile 1994, pp. 106,107.

7 Michael E. Porter e Claas van der Linde, "L’ecologia esalta la competitività aziendale", Harvard Business Review, edizione italiana, Marzo-Aprile 1996, pag. 12e ss.

8 Premio Nobel per l’economia nel 1990.

9 I costi di transazione vengono sostenuti per affrontare e risolvere attriti che impediscono il raggiungimento di un accordo contrattuale. Si è soliti distinguerli in due categorie: la razionalità limitata e l’opportunismo. La prima è un vizio informativo dovuto dall’incapacità di prevedere tutti gli eventi possibili e tutte le azioni logicamente esercitabili; il secondo, proprio dei free riders, è caratteristica di quei soggetti che tendono ad approfittarsi della correttezza altrui per trarne vantaggi personali.

10 Lorenzo Sacconi, "Etica e legge: quale rapporto?", Etica degli Affari e delle Professioni 2/93.

11 "I Codici Etici nella Gestione Aziendale" di S. Bertolini, R. Castaldi, U. Lago (Istituto per i valori d’impresa), Il Sole 24-Ore Libri, 1996.

12 I direttori del settore Gestione Risorse Umane.

13 Giuliana Barda e Andrew Ostapski, "La Revisione Etica dell’Impresa" Etica degli Affari e delle Professioni 2/93.

14 Rossi G., L’etica degli affari, Riv. Soc., 1992, pag.541.

15 Relazione di V. Coda presentata al Workshop tenutosi a Milano il 5 Novembre 1993 e pubblicata dall’Istituto per i Valori d’Impresa "Codici etici e cultura di mercato".

16 Fonte Langlois C.C.-Schlegelmilch B.B., "Do Corporate Codes of Ethics Reflect Nazional Characters?".

17 Vedi nota 15.

18 Richard T. De George "Etica degli Affari: le opportunità e le sfide." Etica degli Affari e delle Professioni 2/94.

19 Max Weber, "L’Etica Protestante e lo Spirito del Capitalismo".

20 La formazione non è una semplice acquisizione di nozioni, bensì una rielaborazione attiva e progettuale mediante la quale l’uomo può creare un nuovo ordine di significati connettendo tra loro concetto e costrutti teorici diversi per ridefinire nuove categorie del sapere che, verificate immediatamente nella realtà, creano nuove competenze.