IMPUTABILITA’ DEL TOSSICODIPENDENTE: INTOSSICAZIONE CRONICA

L’art. 85 del codice penale definisce l’imputabilità come capacità di intendere e volere nel momento della commissione del fatto costituente reato. Tale principio costituisce il primo presupposto di rimprovero di colpevolezza, cioè la prima condizione per esprimere la disapprovazione soggettiva del fatto tipico ed antigiuridico commesso dall’agente, infatti non avrebbe senso rivolgere un rimprovero a soggetti del tutto privi della possibilità di agire diversamente.

Il fondamento penalistico dell’imputabilità, quali che ne siano i nessi con la colpevolezza, è a maggior ragione rinvenibile sul terreno delle funzioni della pena in quanto, se la minaccia della sanzione punitiva deve esercitare un’efficacia general-preventiva distogliendo i potenziali rei dal commettere reati, un necessario presupposto è che i destinatari siano psicologicamente in grado di lasciarsi motivare dalla minaccia stessa, così come se l’esecuzione della pena nei confronti del reo deve tendere a rieducarlo, è necessario che il condannato sia psicologicamente capace di cogliere il significato del trattamento punitivo.

Gli unici due casi nei quali questa viene esclusa o viene considerata fortemente scemata, si riferiscono all’assunzione della sostanza stupefacente accidentale, art. 93 c.p. quando richiama l’art. 91 c.p., oppure all’intossicazione cronica, art. 95 c.p., mentre l’assunzione non accidentale, quella preordinata ed infine quella abituale, artt. 93 e 94 c.p., comportano non solo una presunzione di imputabilità, bensì un aggravamento della pena.

Con specifico riguardo alla cronica intossicazione (art. 95 c.p.), la giurisprudenza costante ha sempre sostenuto che questa, per escludere o diminuire l’imputabilità, deve sostanziarsi in un’alterazione non transitoria dell’equilibrio biochimico del soggetto con conseguente alterazione patologica dei processi volitivi ed intellettivi irreversibile, cioè caratterizzato dalla impossibilità di guarigione (Cass. Pen., Sez. I 28.4.1982, Pagani; Sez. I 20.10.1987). In altri termini l’esclusione o la diminuzione dell’imputabilità, in tale visione, presuppone, quale condizione essenziale, l’accertamento che il soggetto sia affetto da "un’infermità mentale permanente" incidente sulle capacità volitive ed intellettive, in modo totale o parziale a causa dell’assunzione di sostanze stupefacenti. Nel primo caso l’imputabilità è esclusa ai sensi dell’art. 88 c.p. (vizio totale di mente), nel secondo caso è solo diminuita ex art 89 c.p.(vizio parziale di mente).

Considerato che lo stato di tossicodipendenza non equivale a quello di cronica intossicazione, diviene decisiva al riguardo una perizia psichiatrica, che nella prassi processuale molto raramente è stata eseguita, sulle condizioni dell’assuntore in grado di escludere che si tratti di intossicazione dovuta ad uso abituale, la quale si caratterizza per costituire un episodio della vita di un individuo, che, scomparso il perturbamento, torna alla sua normale personalità.

Fin qui l’orientamento tradizionale.

Recentemente la dottrina medico-legale ha sollevato dubbi di legittimità incentrati sulla nozione di cronica intossicazione così come descritta dalla giurisprudenza sopra menzionata, dubbi pienamente recepiti dalla Corte Costituzionale, nella sentenza n. 114/98, nella quale, pur dichiarando infondata la questione di legittimità costituzionale degli artt. 94 e 95 del Codice Penale sollevata con riferimento agli artt. 3 e 111 della Costituzione, ha confermato tuttavia che "la disciplina legislativa vigente in materia non trova nella dottrina psichiatrica e medico-legale una base sicura, ancorché nella relazione ministeriale sul progetto del codice penale si legga di essa una diffusa motivazione, nella quale ci si riferisce proprio agli insegnamenti della scienza psichiatrica. Anche nella più recente dottrina penalistica la disciplina stessa è oggetto di dubbi, controversie e perfino di ferme condanne.

Alcuni studiosi trovano tuttavia che la distinzione tra le fattispecie degli artt. 94 e 95 è concettualmente chiara, benché sia critica anche la parificazione tra gli effetti dell’alcoolismo e quelli delle tossicodipendenze e, quanto a queste, si rileva che le regole concernenti l’imputabilità non appaiono perfettamente coordinate con i trattamenti previsti per i soggetti tossicodipendenti.

Con la conseguenza che sono presenti auspici per una profonda revisione della materia opera del legislatore".

Risulta dunque evidente che la Corte Costituzionale, pur non condividendo i dubbi di legittimità costituzionale del sistema vigente in materia di imputabilità del tossicodipendente, non accetta neppure acriticamente la costante interpretazione, rilevando che la formula usata dalla legge, la quale si limita a stabilire che "si applicano le disposizioni contenute negli artt. 88, 89 c.p.", farebbe pensare più ad una assimilazione nel trattamento penale (non imputabilità con totale esclusione della punibilità o imputabilità diminuita con attenuazione della pena fino ad un terzo) che non ad una identificazione.

Ne è da trascurare che nel più importante disegno del nuovo codice penale degli ultimi anni, nell’elencare i casi di esclusione dell’imputabilità, è previsto quello in cui il soggetto "era, per infermità o per altra anomalia o per cronica intossicazione da alcool ovvero da sostanze stupefacenti, in tale stato di mente da escludere la capacità di intendere e volere".

Si va dunque consolidando la tendenza a riconoscere autonomia alla cronica intossicazione da alcool o da sostanze stupefacenti, la quale non viene più identificata con l’infermità di mente, bensì parificata ad essa sotto il segno dell’assenza o della diminuzione dell’imputabilità, quindi della colpevolezza, ed in tale prospettiva viene quindi letto il richiamo agli artt. 88 e 89 c.p. contenuto nell’art. 95 c.p.

Di conseguenza, ed è questa la novità introdotta con la suddetta sentenza, appare attualmente possibile affermare che la cronica intossicazione si configura ogni qual volta si sia in presenza di una condizione soggettiva, determinata dall’assunzione di droga (o alcool), tale da escludere che, nel momento della consumazione del reato contestato, il soggetto fosse capace di intenderlo e volerlo, indipendentemente dal fatto che la stessa consti in una vera e propria infermità irreversibile. Per contro l’assunzione abituale sussisterà qualora il tossicodipendente, nonostante le sue condizioni, abbia agito pur sempre colpevolmente ovvero con la piena consapevolezza del significato e degli effetti della propria condotta, legittimando quindi l’applicazione dell’aggravante di cui all’art. 94 co. III c.p.

Ai fini di tale distinzione, tenuto conto che la sopra indicata sentenza non intende certamente sostenere l’automatica esclusione o diminuzione dell’imputabilità in capo ai tossicodipendenti, la Corte costituzionale suggerisce l’introduzione di norme cogenti che prevedano l’accertamento della capacità di intendere e volere dello stesso con il ricorso della perizia psichiatrica ed a tal proposito già la recente Cassazione ha afferma che " è scorretta la sentenza che attribuisce al parere della pubblica accusa la prevalenza rispetto al parere della difesa senza un’adeguata motivazione ed è doveroso per il giudice, a fronte di tesi opposte, motivate con argomenti specialistici in relazione ai quali la scelta presenti difficoltà tecniche oggettive, disporre perizia ai sensi dell’art. 508 c.p.p.". Infatti il giudice deve porsi in grado di risolvere i problemi che si presentano nella concreta applicazione dell’art. 95 c.p., motivando la sentenza in tal senso, e applicando nel dubbio le regole di giudizio espressamente stabilite nei commi 2 e 3 dell’art. 530 c.p.p.

Si fa infine notare che la nuova definizione di cronica intossicazione, così come appare dall’interpretazione della sentenza 114/98 della Corte Costituzionale, rende giuridicamente e logicamente possibile che intervengano due sentenze emesse in tempi diversi nei confronti del medesimo imputato tossicodipendente per fatti commessi in tempi differenti, delle quali una lo ritenga incapace e l’altra invece capace (Sez. II 19.6.97 Milani, in Ced Cass n. 208379).

Il tema sopra affrontato, appare senz’altro di rilevante importanza, in considerazione dell’espandersi dei fenomeni delinquenziali legati alla tossicodipendenza; ritengo tuttavia che la concreta applicazione dell’art. 95 c.p., così come attualmente interpretato, trovi una più facile applicazione nella difesa a favore di colui che ha commesso un reato sotto l’effetto delle sostanze stupefacenti di origine sintetica (cd. pasticche o acidi, tra i quali la più nota è senz’altro l’ecstasy), in quanto le stesse causano un danno cerebrale che, in quanto più immediato e devastante, risulta essere anche più facilmente diagnosticabile, tramite mirati esami medici, e di conseguenza anche più facilmente provabile in sede processuale. Tale danno comporta di fatto un’alterazione della percezione della realtà , oltre che allucinazioni sonore e/o visive, che possono durare, in casi più rari, anche per mesi interi, gettando l’assuntore nella totale incapacità di distinguere l’esistente dall’immaginario.

Nonostante la possibilità di recupero con lunghe terapie ad hoc, tenuto conto della nuova interpretazione dell’art. 95 c.p., permane la possibilità dunque della difesa di sostenere in tali fattispecie la non imputabilità del reo al momento della consumazione del reato.

Dott.ssa Chiara Villa