Opposizione - Domanda riconvenzionale - Proposizione da parte dell'opposto - Limiti - Fattispecie.

Nell'ordinario giudizio di cognizione, che si instaura a seguito della opposizione a decreto ingiuntivo, in via generale solo l'opponente, nella sua sostanziale posizione di convenuto, può proporre domande riconvenzionali, ma non anche l'opposto, che, rivestendo la posizione sostanziale di attore, non può proporre domande diverse da quelle fatte valere con l'ingiunzione; tale principio, peraltro, non può non subire deroghe allorquando, per effetto di una riconvenzionale proposta dall'opponente, la parte opposta venga a trovarsi in una posizione processuale di convenuto, al quale non può essere negato il diritto di difesa rispetto alla nuova o più ampia pretesa della controparte, il cui ingresso nel medesimo processo sia stato consentito dal giudice.
(n.d.r.) E' generalmente ammessa la c.d. reconventio reconventionis, purché la domanda riconvenzionale si ponga in relazione di consequenzialità rispetto alle eccezioni del convenuto ai sensi del comma 4 dell'art. 183 c.p.c..



CORTE DI APPELLO TORINO, 19-11-2004 (Luda di Cortemiglia Pres., Scotti Est.)

- omissis -

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. Il secondo motivo di appello principale.

Con il secondo motivo di gravame l’appellante sostiene che il compratore Pablo doveva essere condannato anche a rimborsargli della tassa di plateatico per ¼ dell’anno 1998 e per ¾ dell’anno 1999, il cui onere era stato pacificamente da lui sostenuto, per l’importo complessivo di € 413,17.

Al riguardo la parte appellata ha eccepito la novità della domanda relativa, proposta per la prima volta nel giudizio di secondo grado, in violazione del divieto sancito dall’art.345 c.p.c.

L’eccezione è fondata e va accolta, tanto più che la stessa parte appellante in sua comparsa conclusionale del 22.10.2004 sembra riconoscere l’estraneità della domanda al giudizio di primo grado (ammettendo che la relativa conclusione non era stata riportata fra quelle avanzate in sede monitoria) e formula al contempo una riserva di ripetizione in altro giudizio.

Innanzitutto la parte convenuta opposta nel procedimento di opposizione a decreto ingiuntivo non poteva legittimamente proporre domande riconvenzionali con la comparsa di risposta in seguito alla radicazione dell’opposizione a decreto ingiuntivo ed ampliare così il contraddittorio rispetto ai temi oggetto della sua pretesa azionata in sede monitoria.

E’ ben noto il principio che ammette la parte opponente (a differenza del convenuto opposto) alla proposizione di domande riconvenzionali nel giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo:

q “Nell'ordinario giudizio di cognizione, che si instaura a seguito della opposizione a decreto ingiuntivo, in via generale solo l'opponente, nella sua sostanziale posizione di convenuto, può proporre domande riconvenzionali, ma non anche l'opposto, che, rivestendo la posizione sostanziale di attore, non può proporre domande diverse da quelle fatte valere con l'ingiunzione; tale principio, peraltro, non può non subire deroghe allorquando, per effetto di una riconvenzionale proposta dall'opponente, la parte opposta venga a trovarsi in una posizione processuale di convenuto, al quale non può essere negato il diritto di difesa rispetto alla nuova o più ampia pretesa della controparte, il cui ingresso nel medesimo processo sia stato consentito dal giudice.”(Cass.civ. sez.lav.9.10.2000 n.13445);

q “A seguito dell'opposizione a decreto ingiuntivo si instaura un ordinario giudizio di cognizione sulla domanda fatta valere mediante il decreto, nel quale l'opposto e l'opponente hanno la posizione sostanziale rispettivamente di attore e convenuto. Ne consegue che solo l'opponente può proporre domanda riconvenzionale ai sensi dell'art. 36 c.p.c. qualora sia connessa con quella principale e non ecceda la competenza per valore del giudice dell'opposizione, laddove l'opposto, in ragione della sua qualità sostanziale di attore, non può proporre domande diverse da quelle fatte valere con il ricorso per ingiunzione.” (Cass.civ.29.1.1999 n.813).

In secondo luogo, la parte convenuta opposta con la comparsa costitutiva del 14.10.1999 non ha affatto proposto domanda riconvenzionale relativamente alla tassa di plateatico e in sede di precisazione delle conclusioni ha richiamato proprio le originarie conclusioni del grado di giudizio.

E ciò assorbe l’ulteriore rilievo che la parte convenuta attuale appellante, sia in comparsa di risposta, sia in comparsa conclusionale di primo grado aveva addirittura valorizzato dal punto di vista argomentativo il fatto che l’opponente Pablo aveva provveduto a pagare il plateatico.

La domanda proposta per la prima volta in appello viola il principio del doppio grado di giurisdizione e merita pertanto la sanzione della dichiarazione di inammissibilità ex art.345 c.p.c..

2. Il primo motivo di appello e le spese processuali.

Con il primo motivo la parte appellante si lamenta della decisione di prime cure, non adeguatamente motivata in punto compensazione delle spese di lite, nonostante il contestuale accertamento dell’inadempimento dell’appellato, la durata della causa e il pagamento da parte dell’appellante dell’intero onere di registrazione della scrittura privata di cessione dell’attività commerciale.

Il decreto ingiuntivo era stato richiesto e concesso per la somma di £.38.300.000, oltre accessori, pari a € 19.780,29.

L’opposizione è stata riconosciuta fondata solo per l’importo di £.2.000.000 (pari alla differenza del prezzo di valutazione della vettura data in permuta rispetto al prezzo di effettivo realizzo).

In conseguenza l’appellato Pablo, dopo la revoca del decreto, ha subito condanna al pagamento della somma di € 18.747,39, oltre accessori; l’opposizione era quindi fondata solo per 1.032,9 € (circa il 5,22% del totale).

Il Giudice ha motivato la propria decisione compensatoria con un generico e quasi tautologico riferimento allo svolgimento e agli esiti del procedimento.

Tale decisione non può essere condivisa, dal momento che la prevalente soccombenza grava sulla parte appellata, attrice in opposizione, che aveva ottenuto la revoca del decreto opposto solo per subire nel merito la condanna al pagamento della gran parte dell’importo ingiunto.

L’appello va parzialmente accolto sul punto e occorre procedere alla regolazione delle spese di lite alla luce della considerazione globale e complessiva della situazione di soccombenza:

· “Il giudice d’appello, mentre nel caso di rigetto del gravame non può, in mancanza di uno specifico motivo d'impugnazione, modificare la statuizione sulle spese processuali di primo grado, allorché riforma in tutto o in parte la sentenza impugnata ha il potere di provvedere d'ufficio ad un nuovo regolamento di dette spese, quale conseguenza della pronunzia adottata, dovendo il relativo onere essere attribuito e ripartito in relazione all'esito complessivo della lite.” (Cass.SS.UU. 17.10.2003 n.15.559);

· “La liquidazione delle spese processuali nel procedimento d’appello va effettuata tenendo conto dell'esito complessivo del giudizio, e non già separando l'esito del giudizio di impugnazione dai risultati totali della lite. (Cass. sez.lav. 23.8.2003 n.1241);

· “Il giudice d’appello, quando riforma in tutto o in parte la sentenza di primo grado, deve, con giudizio complessivo e senza che sia necessario uno specifico mezzo di impugnazione, decidere sulle spese del primo grado oltre che su quelle del giudizio di appello.” (Cass. 27.5.2003 n.8413).

La prevalente soccombenza grava sulla parte appellata e tenuto conto della revoca del decreto opposto, concesso per somma lievemente superiore all’effettivo dovuto, e della domanda inammissibile avanzata in appello da parte di Domenico, appare equo compensare per un terzo le spese dei due gradi del giudizio e condannare Pablo a rifondere a Domenico i due terzi delle spese processuali.

La parte appellante dovrà pertanto rifondere alla parte appellata la somma di:

· € 2.220,76 a fronte di una liquidazione complessiva in € 3.331,14 (di cui € 206,58 per esposti, € 1.032,91 per diritti, € 1.807,60 per onorari, € 284,05 per rimb.forf. 10% ex art.15 della tariffa professionale forense vigente alla conclusione del giudizio di primo grado), oltre IVA e CPA come per legge sulle quote imponibili, quanto al giudizio di primo grado;

· € 1.555,01 a fronte di una liquidazione complessiva in € 2.332,51 (di cui € 90,00 per esposti, € 538,65 per diritti, € 1.500,00 per onorari, € 203,86 per rimb.forf. - come richiesto nella sola misura del 10% - ex art.14 della tariffa professionale forense ora vigente), oltre IVA e CPA come per legge sulle quote imponibili, quanto al giudizio di secondo grado.

P.Q.M.

La Corte d’appello,

definitivamente pronunciando;

respinta ogni diversa istanza,eccezione e deduzione;

dichiara inammissibile la domanda proposta da Domenico diretta a “condannare il medesimo alla rifusione del plateatico relativo al periodo 1998-1999, nella misura già indicata in € 413,17 oltre interessi maturati e maturandi.”;

in parziale accoglimento dell’appello interposto da Domenico e in parziale riforma della sentenza n. 1634, emessa il 20.2.2003 dal Tribunale di Torino;
dichiara tenuto e condanna, Pablo a pagare a Domenico la somma di € 2.220,76 , oltre IVA e CPA come per legge sugli imponibili, a titolo di rifusione dei due terzi delle spese processuali del giudizio di primo grado, per il resto compensate;
dichiara inoltre tenuto e condanna Pablo a pagare a Domenico la somma di € 1.555,01 oltre IVA e CPA come per legge sugli imponibili, a titolo di rifusione dei due terzi delle spese processuali del giudizio di secondo grado, per il resto compensate.

Così deciso nella camera di consiglio del 19 novembre 2004 dalla Terza Sezione Civile della Corte d’Appello di Torino

il Presidente

dott.Carlo Luda di Cortemiglia

il Consigliere estensore dott.Umberto Scotti


© copyright - tutti i diritti riservati


dal sito: Giurisprudenza.Piemonte

http://www.giurisprudenza.piemonte.it