Con due sentenze (in Guida al Diritto n. 25 del 2003, pp. 38 ss.) la Suprema Corte si è pronunciata in tema di risarcimento del danno non patrimoniale, riconoscendolo ai congiunti sia nel caso in cui il fatto abbia comportato la morte della vittima sia in quello in cui il soggetto sia sopravvissuto alle lesioni seriamente invalidanti, in quanto causa di uno sconvolgimento delle abitudini di vita:

 

1) Corte di Cassazione - Sezione III civile - Sentenza 7 - 31 maggio 2003, n. 8827

- In tema di risarcimento del danno ogniqualvolta si verifichi la lesione di un interesse costituzionalmente protetto, il pregiudizio consequenziale integrante il danno morale soggettivo (patema d'animo) è risarcibile anche se il fatto non sia configurabile come reato. Nella liquidazione equitativa dei pregiudizi ulteriori, il giudice non potrà non tenere conto di quanto già eventualmente riconosciuto per il risarcimento del danno morale soggettivo, in relazione alla funzione unitaria del risarcimento del danno alla persona.

- Il riconoscimento dei diritti della famiglia, di cui all'art 29 Cost., va inteso no già come tutela delle estrinsecazioni della persona nell'ambito esclusivo di quel nucleo, ma nel più ampio senso di modalità di realizzazione della vita stessa dell'individuo alla stregua dei valori e dei sentimenti che il rapporto parentale ispira, generando bisogni e doveri, ma dando anche luogo a gratificazioni, supporti, affrancazioni e significati. Allorché un fatto lesivo abbia profondamente alterato quel complessivo assetto, provocando una rimarchevole dilatazione dei bisogni e dei doveri e una determinante riduzione, se non un annullamento, delle positività che dal rapporto parentale derivano, il danno non patrimoniale consistente nello sconvolgimento delle abitudini di vita in relazione all'esigenza di provvedere perennemente ai bisogni del familiare deve senz'altro trovare ristoro nell'ambito della tutela ulteriore apprestata dall'art. 2059 c.c. in caso di lesione di un interesse costituzionalmente protetto.

2) Corte di Cassazione - Sezione III civile - Sentenza 7-31 maggio 2003 n. 8828 Il danno non patrimoniale da uccisione di congiunto non coincide con la lesione dell'interesse protetto, ma consiste in una perdita, nella privazione di un valore non economico, ma personale, costituito dall'irreversibile perdita del godimento del congiunto, dalla definitiva preclusione delle reciproche relazioni interpersonali, secondo le varie modalità con le quali normalmente si esprimono nell'ambito del nucleo familiare; perdita, privazione e preclusione che costituiscono conseguenza della lesione dell'interesse protetto. Tale danno, in quanto ontologicamente diverso dal danno morale soggettivo contingente, può essere riconosciuto a favore dei congiunti unitamente a quest'ultimo, senza che possa ravvisarsi una duplicazione di risarcimento.

EVOLUZIONE GIURISPRUDENZIALE

Il risarcimento del danno non patrimoniale è previsto dall'art. 2059 c.c., secondo cui "Il danno non patrimoniale deve essere risarcito solo nei casi determinati dalla legge".

All'epoca dell'emanazione del codice (1942) l'unica espressa previsione del risarcimento del danno non patrimoniale era racchiusa nell'art. 185 c.p. del 1930.

Tradizionalmente si forniva una lettura restrittiva dell'art. 2059 c.c. (in relazione all'art. 185 c.p.c.), come diretto ad assicurare tutela soltanto al danno morale soggettivo, alla sofferenza contingente al turbamento dell'animo transeunte determinati da fatto illecito integrante reato (interpretazione fondata sui lavori preparatori del codice e largamente seguita dalla giurisprudenza).

Tale tesi è stata oggetto di progressiva revisione sul presupposto che nel vigente assetto dell'ordinamento (nel quale assume posizione preminente la Costituzione, che all'art. 2 riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo) il danno non patrimoniale deve essere inteso come categoria ampia, comprensiva di ogni ipotesi in cui sia leso un valore inerente alla persona.

A) Nella legislazione successiva al codice si rinviene un cospicuo ampliamento dei casi di espresso riconoscimento del risarcimento del danno non patrimoniale anche al di fuori dell'ipotesi di reato, in relazione alla compromissione di valori personali: art. 2 L 13.04.1988, n. 117 (risarcimento anche dei danni non patrimoniali derivanti dalla privazione della libertà personali cagionanti dall'esercizio di funzioni giudiziarie); art. 29, co. 9, L. 31.12.1996, n. 675 (impiego di modalità illecite nella raccolta di dati personali); art. 44, co. 7, d.lgs. 25.07.1998 n. 286 (adozione di atti discriminatori per motivi razziali, etnici o religiosi); art. 2 L. 24.3.2001 n. 89 (mancato rispetto del termine ragionevole di durata dei processi).

B) La giurisprudenza ha progressivamente riconosciuto una lata definizione della nozione di "danno non patrimoniale" = danno da lesione di valori inerenti alla persona (e non più solo come "danno morale soggettivo").

· Un'importante innovazione è stata costituita dall'ammissione a risarcimento (a partire dalla sentenza n. 3675/81) di quella peculiare figura di danno non patrimoniale (diverso dal danno morale soggettivo) che è il DANNO BIOLOGICO = lesione dell'interesse costituzionalmente garantito (art. 32 Cost.) all'integrità psichica e fisica della persona.

La tutela risarcitoria del cd. danno biologico viene somministrata in virtù del collegamento tra l'art. 2043 c.c. e l'art. 32 Cost. e non già in ragione della collocazione del danno biologico nell'ambito dell'art. 2059 (quale danno non patrimoniale) e che tale costruzione trova le sue radici (Corte cost. n. 184/1986) nell'esigenza di sottrarre il risarcimento del danno biologico (danno non patrimoniale) dal limite posto dall'art. 2059 (norma nel cui ambito ben avrebbe potuto trovare collocazione e nella quale, peraltro, una successiva sentenza della Corte costituzionale, la n. 372 del 1994, ha ricondotto il danno biologico fisico o psichico sofferto dal congiunto della vittima primaria).

· Nel senso del riconoscimento della non coincidenza tra il danno non patrimoniale previsto dall'art. 2059 ed il danno morale soggettivo va altresì ricordato che la Suprema Corte ha ritenuto risarcibile il danno non patrimoniale anche in favore delle P.G. [soggetti per i quali non è ontologicamente configurabile un coinvolgimento psicologico in termini di patemi d'animo - da ultimo, sent. n. 2367/2000].

C) Con le sentenze in epigrafe, la Suprema Corte afferma che, in caso di ingiusta lesione di un interesse inerente alla persona (da cui conseguono pregiudizi non suscettibili di valutazione economica), è possibile isolare una nozione di danno non patrimoniale finalmente svincolato dai limiti di cui all'art. 185 c.p..

In entrambi i casi previsti nelle sentenze esaminande, la tutela del diritto non è ravvisabile ex art. 2043 c.c., bensì richiamando i principi di cui all'art. 2059 c.c. (trattandosi di lesione di un interesse costituzionalmente protetto).

Occorre risarcire gli effetti prodotti da alcuni tragici eventi sulla normale vita familiare:

a) nel caso di uccisione di un congiunto, è necessario procedere al ristoro della "irreversibile perdita del godimento del congiunto". La lesione che si vuol risanare al familiare è qualcosa di diverso sia dall'interesse alla tutela del bene salute (risarcibile con il danno biologico) che dall'interesse all'integrità morale da ingiusta sofferenza contingente (risarcibile mediante il danno morale soggettivo), trattandosi del danno specifico all'intangibilità della sfera degli affetti e della reciproca solidarietà nell'ambito della famiglia, tutela garantita dagli artt. 2, 29 e 30 Costituzione;

b) nel caso dei gravi danni riportati dal neonato al momento del parto, si è in presenza di un fatto lesivo che altera l'assetto (fatto di bisogni e doveri, ma anche di gratificazioni) su cui si fonda il nucleo familiare.

Dunque, tale risarcimento non può essere inquadrato nell'ambito dell'art. 2043 c.c., in quanto non si presta ad una valutazione monetaria di mercato e, pertanto, deve essere ricompreso nell'ambito risarcitorio di cui all'art. 2059 c.c..

Benché tale danno sia ontologicamente diverso dal danno morale soggettivo contingente, la Corte ha precisato che nel liquidare il danno da lesione di un interesse costituzionalmente protetto, il giudice, al fine di evitare una duplicazione di risarcimento, dovrà necessariamente tener conto di quanto liquidato a titolo di danno morale soggettivo.

Bergamo 5 marzo 2004 - Avv. Cristian Vezzoli -


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